Una tecnica particolarmente innovativa, che non a caso si è conquistata la copertina della rivista Science, sembra in grado di aprire nuovi, importanti scenari nell’ambito dei trapianti del futuro, e non solo: per la prima volta, infatti, i bioingegneri della Rice University (Stati Uniti) sono riusciti a ottenere, grazie a una specifica stampante 3D e a un particolare biogel, l’equivalente di una rete vascolare che potrebbe permettere a nuovi organi coltivati in laboratorio partendo da cellule umane (organi poi da trapiantare), di ricevere tutto il sangue, la linfa, l’ossigeno e gli altri fluidi vitali di cui hanno bisogno per funzionare come quelli originari. Quello dell’impalcatura vascolare è il problema tecnico che finora aveva sempre costituito il più grande limite per gli organi ricreati in vitro (i cosiddetti organoidi).

Come spiega il video che accompagna l’articolo, i ricercatori hanno messo a punto un “apparato stereolitografico per la bioingegneria tissutale” (questo il nome tecnico, in sigla SLATE), capace di depositare strati su strati di un biogel che diventa solido solo una volta esposto a una specifica luce blu. Ogni strato di biogel (un gel, cioè, contenente materiale biologico) viene solidificato singolarmente, con una precisione che arriva a poche decine di millesimi di millimetro. Soltanto a solidificazione avvenuta inizia la sovrapposizione dello strato successivo, e tutto questo permette di ricostruire in pochi minuti un’architettura molto complessa, simile a quella reale delle reti vascolari, con un’accuratezza che non era mai stata raggiunta dalle tecniche precedenti.

Nel corso di alcuni test preliminari, i ricercatori hanno ricostruito un modello che imita il polmone, e sono riusciti a far circolare globuli rossi e aria, fra le nuove cellule, senza avere surriscaldamenti e picchi di ossigeno (eventi che si verificavano sempre con organoidi ottenuti tramite altri sistemi), a riprova della “fedeltà” del tessuto artificiale rispetto a quello originale. In altri esperimenti, poi, gli studiosi americani hanno ricostruito tessuto epatico, ben noto per la sua complessità, e l’hanno impiantato in animali da laboratorio, dimostrando che continuava a essere vitale.

Le possibili applicazioni – se altri studi confermeranno l’affidabilità di questa tecnica – sono innumerevoli: per esempio, la ricostruzione delle valvole cardiache, ma anche, come dicevamo, di interi organi. Così (è questa la speranza) i pazienti in attesa di un trapianto non dovranno più aspettare la disponibilità di un organo, ma quella di una stampante 3D dalla luce blu.

Microbiota trapianto