Catterina Seia 13 luglio 2021 10 min

Il potere della musica. Terapia sociale.

Studi crescenti evidenziano come il suono e la musica agiscono stimolando e modulando le emozioni, l’attenzione, le funzioni cognitive, la comunicazione, i comportamenti.

Dagli inizi della storia dell’uomo conosciamo il potere della musica sul benessere biopsicosociale delle persone.

Studi crescenti e già numerosi evidenziano come l’ascolto della musica che prediligiamo possa renderci più felici, possa migliorare l’apprendimento, soprattutto in coloro che iniziano in tenera età. Il suono e la musica favoriscono la connessione tra gli emisferi cerebrali, stimolano e modulando le emozioni, l’attenzione, le funzioni cognitive, la comunicazione, i comportamenti.

La musica “allarga” la vita

La musica esprime la sua efficacia in tutto l’arco della vita, già dal periodo perinatale, favorendo lo sviluppo cognitivo precoce, l’invecchiamento attivo, è un contributo nella gestione e nella cura di molte patologie.

Un ascolto frequente può contribuire a ridurre lo stress, aiutare a contrastare il dolore cronico, recuperare funzioni motorie e neurologiche compromesse da ictus o eventi traumatici. Nel caso di bambini con sindromi dello spettro autistico, deficit di attenzione e difficoltà di linguaggio la musica è risorsa di apprendimento e relazione.

Una ricerca recente della British Academy of Sound Therapy indica l’ “assunzione” ideale di musica quotidiana per il benessere di ogni individuo: 78 minuti per recuperare lo stress.

Nell’ultimo congresso mondiale dell’American College of Cardiology è stato raccomandato l’ascolto di 30 minuti di musica al giorno, a occhi chiusi, seduti, per favorire il recupero dopo un infarto.

In questa direzione il National Institute of Health statunitense ha stanziato 20 milioni di dollari per un programma volto a indagare, nei prossimi cinque anni, gli effetti dei suoni su diverse patologie, in particolare croniche e degenerative.

Attività musicali per un miglioramento del funzionamento cognitivo

Un nuovo studio pubblicato sul Journal of the American Geriatrics Society, coordinato da Jennie Dorris - ricercatrice sulla riabilitazione dell’Università di Pittsburgh - evidenzia con risultati clinici significativi come la pratica musicale e canora possa contrastare il decadimento cognitivo (Study Finds - May 19, 2021. Playing an instrument, singing can help the brain defend against dementia).

Secondo il CDC - Centers for Disease Control and Prevention - l’agenzia federale americana per la prevenzione - la demenza colpisce più di cinque milioni di persone negli Stati Uniti, cifra che gli esperti prevedono possa salire a 14 milioni entro il 2060.

I ricercatori di Pittsburgh affermano che coinvolgenti attività musicali - come il canto corale, il suono in cerchio di tamburi - stimolano il cervello dei pazienti nei primi stadi dell’Alzheimer o di quelli con lieve compromissione cognitiva, migliorando il loro benessere emotivo e mentale, l’umore e quindi la qualità della loro di vita e quella dei carer.

La scoping review ha preso in esame i dati di nove studi che hanno coinvolto circa 500 persone (tra i 60 e gli 80 anni) con demenza o con compromissione cognitiva lieve MCI - Mild Cognitive Impairment. MCI è una patologia neurologica che, pur non compromettendo lo svolgimento delle attività quotidiane, presenta effetti sulle facoltà mentali. Spesso si tratta di una fase intermedia.

Una persona su cinque, over 65 anni presenta MCI, con rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer. Tra i sintomi più frequenti si rileva il dimenticare eventi recenti, ripetere le stesse domande, avere difficoltà nel problem-solving e l’aumento nella distrazione. I cambiamenti di stile di vita - come praticare un hobby, avere una vita sociale e culturale - possono migliorare la condizione di vita.

Dai pazienti ai loro carer, migliorando la relazione di cura

Lo studio in oggetto ha considerato la sperimentazione di attività musicali della durata tra i 30 minuti e le due ore, con una frequenza di sedute da una a cinque volte la settimana. La valutazione di impatto è stata effettuata monitorando le persone prima e dopo gli interventi musicali. Il miglioramento del funzionamento cognitivo, come l’ansia e la depressione, negli adulti più anziani con probabile MCI o demenza che hanno partecipato ad iniziative di musica attiva è tangibile, statisticamente superiore rispetto al gruppo di controllo, non coinvolto.

L’impatto positivo si registra anche sui caregiver personali e professionali.

In considerazione dell’allungamento della vita della popolazione e della crescita delle patologie correlate, come affermano i ricercatori, è fondamentale individuare interventi di prevenzione e gestione delle patologie, che integrino efficacemente le terapie farmacologiche.

Ricerche dai risultati promettenti

La ricerca sugli effetti della musica è intensa. Uno spin off del MIT - Massachusetts Institute of Tecnology di Boston investe, coinvolgendo neuroscienziati e musicoterapeuti, sull’innovazione tecnologica da applicare alla medicina di precisione, volta a prescrivere terapie personalizzate di ascolto di brani per curare insonnia e dolore cronico.

È ai nastri di partenza una app con playlist per accompagnare le terapie di pazienti oncologici messa a punto dall’Università di Cincinnati, al fine di attenuare il disagio dei percorsi chemioterapici. Il pilota della durata di 18 mesi è focalizzato sulle donne operate di carcinoma mammario.

Il Center for Music in the Brain (MIB) dell’Università di Aarhus ha varato nel giugno 2021 la prima Summer School in Music Neuroscience, che ha seguito la VII edizione della Conferenza Neuroscience and Music.

Una recente ricerca pubblicata sul British Medical Journal indica l’efficacia della musica come “farmaco” privo di effetti collaterali in grado di ridurre l’ansia preoperatoria, messa in relazione con terapie calmanti somministrate prima dell’anestesia periferica.

Concordiamo con Jennie Dorris - l’autrice dello studio dell’Università di Pittsburgh “Promuovere la ricerca e offrire questi programmi su larga scala potrebbe potenzialmente fornire supporto per il loro benessere cognitivo, emotivo, migliorare la qualità di vita delle persone e la coesione sociale, oltre a ridurre i costi sanitari.”


A cura di Catterina Seia

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Catterina Seia

Membro dell’Advisory Board di Fondazione IBSA con coinvolgimento attivo nel progetto Cultura e Salute. Co-Founder e Vice-Presidente dal 2013 della Fondazione Fitzcarraldo, ente di ricerca leader nell’accompagnamento alle politiche culturali di soggetti pubblici, privati e pubbliche amministrazioni. Dal 2009 è Vice-Presidente della Fondazione Medicina a Misura di Donna, ente per la promozione della Salute di genere specifica, con sede operativa nel Dipartimento di Ginecologia e Ostetricia 1 del presidio Ospedaliero S. Anna di Torino. Ha ideato e dirige dal 2011 per l’Ente la prima piattaforma interdisciplinare di ricerca-azione sull’alleanza tra Art, health and social change. Questa realtà è considerata un role model per l’impegno sullo sviluppo della relazione virtuosa tra partecipazione culturale, umanizzazione degli ambienti di cura e ben-essere delle persone e delle organizzazioni. Dal 2011 al 2019 ha diretto il Giornale delle Fondazioni. È responsabile scientifico di Arte e Impresa, testata del Giornale dell’Arte e del mensile di studi Letture Lente di AgCult. È inoltre Presidente e Associate Founder di CCW Cultural Welfare Center.