A fornire una delle sintesi più complete sul tema è la review Mechanisms underpinning the mental health impact of arts engagement, pubblicata nel marzo 2026 su Nature Reviews Psychology da Daisy Fancourt, ricercatrice del Dipartimento di Scienze comportamentali e della salute dell’University College London, Argyris Stringaris, professore di Psichiatria presso l’University College London e la National and Kapodistrian University of Athens, e Pier Luigi Sacco, docente presso il Dipartimento di Neuroscienze, Imaging e Scienze cliniche dell’Università di Chieti-Pescara, nonché socio fondatore del CCW-Cultural Welfare Center.
Gli autori raccolgono e mettono in dialogo evidenze provenienti dalla psicologia, dalle neuroscienze, dalla psichiatria, dalla psicobiologia e dalle scienze sociali, con l’obiettivo di comprendere quali meccanismi possano incidere sui processi che sostengono la salute mentale e il recupero da diverse forme di disagio.
Ne emerge una lettura che supera l’idea di un unico meccanismo responsabile dei benefici osservati. Le arti, infatti, non agiscono attraverso una sola via, né producono risultati identici in tutte le persone. Al contrario, ogni esperienza artistica attiva una rete di processi che coinvolge contemporaneamente emozioni, funzioni cognitive, sistemi neurobiologici, relazioni sociali e costruzione dell’identità personale. È proprio questa natura multidimensionale a rendere la partecipazione culturale difficilmente assimilabile ad altri interventi per la salute mentale.
Uno degli aspetti più solidi emersi dalla letteratura riguarda la regolazione delle emozioni. Le esperienze artistiche consentono infatti di entrare in contatto con stati emotivi diversi in un contesto percepito come sicuro, offrendo uno spazio nel quale esplorare sentimenti complessi senza esserne sopraffatti. Ascoltare un brano musicale, assistere a uno spettacolo teatrale, leggere un romanzo o osservare un’opera d’arte significa spesso riconoscere emozioni che appartengono anche alla propria esperienza, comprenderle meglio e attribuire loro un significato. Questo processo assume particolare rilievo nelle situazioni di sofferenza psicologica, nelle quali la regolazione emotiva rappresenta una delle principali difficoltà.
Le attività artistiche sembrano facilitare strategie differenti: dalla distrazione temporanea rispetto ai pensieri intrusivi alla rielaborazione cognitiva delle esperienze, fino all’accettazione delle emozioni spiacevoli. Ciò che emerge dagli studi è la capacità delle arti di ampliare il repertorio delle strategie disponibili, favorendo una maggiore flessibilità psicologica (Fancourt et al., 2019).
Lo stesso principio vale anche e soprattutto per le cosiddette emozioni “negative”. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, la tristezza, la malinconia o la nostalgia suscitate da un’esperienza artistica trovano una cornice protetta. Questa cornice permette di prenderne le distanze, osservarle e comprenderle senza dover reagire subito, come accadrebbe nella vita quotidiana. L’arte diventa così uno spazio nel quale è possibile sperimentare, interpretare e allenare la propria capacità di affrontare situazioni difficili (Winner, 2018).
Inoltre le arti narrative - romanzi, cinema, teatro e storytelling – consentono di entrare temporaneamente nella prospettiva degli altri, confrontandosi con esperienze, emozioni e conflitti diversi dai propri.
Questo esercizio di immaginazione favorisce la capacità di comprendere gli stati mentali, le intenzioni e le emozioni altrui - ciò che la psicologia chiama Theory of Mind. Si tratta di una competenza essenziale per lo sviluppo dell'empatia (Sacco, 2026).
Accanto alla sfera emotiva, le neuroscienze mostrano come i processi cognitivi legati all’esperienza artistica – attenzione, memoria, immaginazione, capacità di interpretazione e flessibilità mentale – coinvolgano reti cerebrali associate all’apprendimento, alla regolazione dell’attenzione e ai meccanismi della ricompensa, favorendo quella plasticità neuronale che rappresenta uno dei presupposti dell’adattamento psicologico.
In questo quadro assume particolare rilevanza il concetto di flow, elaborato da Mihály Csikszentmihalyi (1990), psicologo ungherese tra i maggiori esponenti della Psicologia positiva. Secondo lo psicologo, durante un’attività creativa profondamente coinvolgente le persone possono sperimentare uno stato di completa immersione, nel quale il senso del tempo si attenua, l’attenzione si concentra sul compito e si riducono i pensieri ripetitivi che spesso accompagnano ansia e depressione. Numerosi studi associano questi stati di intenso coinvolgimento non soltanto a una riduzione del disagio psicologico, ma anche a un rafforzamento del senso di competenza, autonomia e significato personale, dimensioni strettamente connesse al ben-essere mentale.
Le esperienze artistiche sembrano inoltre essere in grado di produrre benefici misurabili anche sul piano fisiologico, contribuendo a regolare i sistemi coinvolti nella risposta allo stress che, quando rimangono alterati nel tempo, possono favorire l’insorgenza o il mantenimento del disagio mentale. Diversi studi mostrano, ad esempio, che attività come l’ascolto della musica, la pratica artistica o la danza possono influenzare l’attività del sistema nervoso autonomo, favorendo una riduzione della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa e dei livelli di cortisolo, l’ormone maggiormente coinvolto nella risposta allo stress. Parallelamente, aumentano gli indicatori associati ai processi di rilassamento e recupero fisiologico (Fancourt et al., 2021).
La ricerca più recente suggerisce inoltre che la partecipazione artistica possa incidere anche su meccanismi biologici più profondi. Alcuni studi sperimentali hanno infatti osservato una riduzione di marcatori dell’infiammazione cronica e una migliore regolazione della risposta immunitaria in seguito a programmi artistici protratti nel tempo.
Si tratta di un dato particolarmente interessante, poiché un numero crescente di evidenze associa l’infiammazione cronica allo sviluppo e al mantenimento di diversi disturbi mentali (Bullmore, 2018).
I processi neurobiologici e cognitivi coinvolti nell’esperienza estetica sono strettamente intrecciati con la dimensione relazionale. Gran parte delle attività artistiche si svolge infatti in presenza di altre persone: si canta insieme, si partecipa a un laboratorio, si visita una mostra, si assiste a uno spettacolo, si legge e si commenta un libro. Esperienze condivise di questo tipo favoriscono la costruzione della fiducia reciproca, rafforzano il senso di appartenenza e contribuiscono a contrastare la solitudine, riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come un importante fattore di rischio per la salute mentale, come evidenziato dal rapporto From loneliness to social connection: charting a path to healthier societies, recentemente tradotto in italiano dal CCW. Le attività artistiche condivise facilitano inoltre la cooperazione, l’empatia e la comprensione delle emozioni altrui, competenze fondamentali per costruire relazioni sociali significative.
La dimensione relazionale dell’esperienza artistica contribuisce inoltre alla costruzione dell’identità personale. Partecipare a un coro, frequentare un laboratorio di pittura o entrare a far parte di un gruppo teatrale significa assumere ruoli e appartenenze che vanno oltre quelli imposti dalla malattia, dal lavoro o dalle difficoltà della vita quotidiana. Per chi attraversa un periodo di sofferenza psicologica, poter costruire un’identità positiva e socialmente riconosciuta rappresenta uno dei fattori che la letteratura identifica come centrali nei percorsi di recovery in salute mentale.
Aprendo nuove prospettive di ricerca sul rapporto tra cultura e salute mentale, la review introduce il concetto di arts exposome, invitando a considerare non soltanto i benefici delle singole esperienze artistiche, ma l’insieme delle esposizioni culturali che accompagnano la vita delle persone. Il termine riprende il concetto di exposome, utilizzato nelle scienze della salute per descrivere l’insieme delle esposizioni ambientali che influenzano l’organismo nel corso dell’intera esistenza, applicandolo alla partecipazione artistica e culturale.
L'arte, dunque, non agisce su un solo fronte: regola le emozioni, rafforza le relazioni, modula lo stress e contribuisce a costruire un'identità più solida. Un patrimonio che si accumula esperienza dopo esperienza, lungo tutta la vita.
Per approfondire:
Catterina Seia e Elena Rosica, L’epidemia della solitudine: una fragilità collettiva, 30 maggio 2025
Catterina Seia e Elena Rosica, Arte e salute: un legame dimostrato, 25 aprile 2025
Catterina Seia e Marta Reichlin, Flourishing: fiorire attraverso le arti, 30 aprile 2024
Catterina Seia, Giovani. L’espressione creativa come antidoto alla depressione, 30 gennaio 2024
Catterina Seia e Neve Mazzoleni, Leggere: la strada per la qualità della vita, 12 ottobre 2021