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Che cosa succede all’organismo quando è sottoposto a condizioni estreme come quelle dell’alta montagna? Come cambia l’espressione del codice genetico, se cambia? Per capirlo i ricercatori della Weill Cornell Medicine di New York (Stati Uniti) si sono ispirati a un importante studio della NASA, l’agenzia spaziale americana, nell’ambito del quale erano stati valutati tre anni fa due gemelli omozigoti (con lo stesso, identico DNA): uno aveva trascorso 12 mesi nella Stazione Spaziale Internazionale (ISS), in orbita intorno alla Terra, mentre l’altro era rimasto a casa, negli Stati Uniti. I ricercatori avevano tenuto sotto controllo tutti e due, scoprendo un’ampia serie di cambiamenti che si erano verificati nei loro organismi, nonostante avessero lo stesso codice genetico.

Adesso i protagonisti dell’esperimento della Weill Cornell Medicine sono uno studente di vent’anni, Matt Moniz, e un alpinista professionista di 49 anni, Willie Benegas, in cordata lungo l’Everest, che si sono sottoposti a vari prelievi di sangue, saliva, liquido lacrimale e feci, al campo base 1 (prima e dopo l’arrivo), posto a 5.364 metri, e poi al campo base 3, posto a 7.300 metri di altitudine, mentre i loro gemelli, uno monozigote e uno eterozigote (quello di Moniz), sono rimasti al livello del mare e hanno eseguito le stesse analisi.

Nello studio della NASA, che aveva preso in esame le attività cognitive, il funzionamento degli organi principali e quello del sistema immunitario, la composizione del microbioma (i batteri “buoni” del’intestino) e l’espressione del DNA, era emerso che i gemelli avevano espresso in modo diverso il 7% dei geni, e che i cambiamenti erano rimasti attivi per sei mesi dopo il rientro a terra. I cambiamenti più significativi erano relativi al sistema immunitario, al rimodellamento delle ossa e alla risposta alle diverse concentrazioni di ossigeno e anidride carbonica. In quell’occasione, però, era rimasto un dubbio, e cioè: i cambiamenti erano dovuti all’assenza di gravità, o allo stress provocato dalla necessità di vivere in condizioni estreme come quelle dell’ISS? Per questo l’esperimento sull’Everest, attualmente in corso, è considerato molto significativo: le condizioni, in questo caso, pur essendo a loro volta estreme, sono – per così dire – più fisiologiche.

Gli scalatori rimarranno sull’Everest almeno fino a metà maggio, e saliranno ancora di quota, continuando a eseguire analisi e altri test, in contemporanea con i loro fratelli rimasti in condizioni molto più confortevoli. Secondo i ricercatori le informazioni ottenute potranno essere assai utili, dal punto di vista medico-biologico, per capire come cambia l’organismo in caso di difficoltà ambientali.

La rivista Science sta seguendo l’impresa dei due, che avevano già scalato l’Everest in passato: Benegas per ben 11 volte; Moniz, invece, solo una volta, quando non aveva compiuto ancora 19 anni, e in quell’occasione aveva ottenuto il titolo di avventuroso dell’anno conferito da National Geographic.

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