L’approccio mentale, il mindset, è al centro degli studi di Carol Dweck, Professoressa di Psicologia alla Standford University.

La sua tesi di fondo è tanto semplice quanto affascinante: sviluppando un’attitudine mentale rivolta alla crescita, possiamo migliorare le capacità del nostro cervello e imparare a risolvere i problemi. E questo in ogni campo, e a tutte le età.

Difficile rimanere indifferenti agli esempi portati da Dweck nel suo discorso. Come quando racconta la reazione dei bambini di 10 anni a cui aveva dato dei compiti un po’ troppo complicati per la loro età, proprio per vedere come avrebbero affrontato le difficoltà:

“Alcuni di loro hanno reagito in un modo sorprendentemente positivo. Dicevano cose del tipo, “Adoro le sfide”: hanno capito che le loro capacità potevano essere sviluppate, avevano quello che io chiamo una mentalità di crescita. Ma altri studenti l’hanno percepito come qualcosa di tragico, catastrofico. Secondo il loro punto di vista rigido, la loro intelligenza veniva giudicata. E hanno fallito”.

L’intelligenza, le attitudini di base, il sistema di credenze con cui vediamo noi e il mondo, solitamente sono considerati elementi ereditari e immutabili. In questa prospettiva, invece, possono essere coltivati, modificati e trasformati col tempo e con l’impegno. Chi ha acquisito questo particolare ‘mindset’ elabora l’errore, ne trae un insegnamento e si corregge.

E’ evidente che una prospettiva di questo tipo ha un impatto molto rilevante sui sistemi educativi. Ma allora come dobbiamo crescere i nostri figli? E cosa possiamo fare? A queste domande cruciali, Dweck risponde così:

“Prima di tutto, possiamo lodare in modo intelligente, quindi non lodando l’intelligenza o il talento. Sappiamo che non funziona. Non fatelo più. Lodiamo il processo intrapreso dai ragazzi: i loro sforzi, le loro strategie, il loro focus, la loro perseveranza, i loro miglioramenti. Questa tipo di lode cresce ragazzi forti e resistenti. E poi possiamo cambiare la mentalità dei ragazzi. In uno studio, abbiamo insegnato loro che ogni volta che si allontanano da un ambiente sicuro per imparare qualcosa di nuovo e difficile, i neuroni del cervello formano nuovi collegamenti più forti, e con il tempo diventano più intelligenti”. 

Non si tratta solo di belle teorie. Nel corso degli anni Dweck ha riscontrato questo tipo di miglioramento con migliaia di ragazzi, specialmente studenti in difficoltà. E i risultati sono stati straordinari.

“In un anno, una classe di asilo a Harlem, New York, si è posizionata nel primo 95 percentile della classifica nazionale. Quando sono arrivati a scuola, molti di questi ragazzi non sapevano tenere in mano una matita. In un anno, studenti del quarto anno nel South Bronx, molto più indietro, sono diventati la prima classe di quarta dello stato di New York nel concorso nazionale di matematica. In un anno o un anno e mezzo, gli studenti Nativi Americani in una scuola di una riserva sono passati dal basso alla cima della classifica della loro area, e quell’area comprendeva sezioni benestanti di Seattle. I ragazzi nativi hanno battuto i ragazzi Microsoft”. 

‘Miracoli’ che sono accaduti perché a questi ragazzi è stato insegnato a trasformare il significato e il valore da dare allo sforzo e alle difficoltà. Prima, quando incontravano una difficoltà, si sentivano stupidi e volevano subito gettare la spugna. A un certo punto, invece, si sono resi conto che gli sforzi e le difficoltà, affrontati in modo costruttivo, li rendevano più forti e più intelligenti.

In fondo, gli insegnamenti di Dweck affondano le loro radici in una saggezza molto antica. E’ importante essere consapevoli che il fallimento può essere un’esperienza anche molto dolorosa. Ma non ti definisce. E i margini di miglioramento che abbiamo davanti sono potenzialmente infiniti.

Per dirla con un motto caro a Nelson Mandela: “Io non perdo mai. O vinco, o imparo”.

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