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Dopo anni di dubbi e di “buio”, finalmente arriva dai ricercatori dell’Università di Stanford (a Palo Alto, in California) una spiegazione sul “chemo brain”, cioè sui disturbi cognitivi – soprattutto, perdita di memoria e problemi di concentrazione – innescati spesso dalla chemioterapia oncologica (il chemo brain, che i pazienti definiscono come una sorta di nebbia, svanisce in genere qualche settimana dopo la fine delle cure, ma a volte si protrae per diversi mesi o addirittura anni, con effetti invalidanti). Gli studiosi americani hanno concentrato la loro attenzione, in particolare, sui disturbi legati al metotrexato, un chemioterapico di uso comune per combattere numerosi tipi di tumore (leucemie, carcinoma della mammella, del polmone, della vescica), e si sono resi conto che questo farmaco tende a danneggiare, o addirittura a distruggere, i precursori degli oligodendrociti (in sigla OPC), cellule del cervello importanti per la gestione della mielina (la fondamentale guaina che avvolge le fibre nervose). Senza OPC, si creano “disfunzioni” che possono aprire le porte ai disturbi cognitivi.

Ma perché il metotrexato, che viene prodotto per tutt’altri scopi, va a danneggiare gli OPC? E perché queste cellule, che normalmente si riformano velocemente, restano invece bloccate? Come hanno spiegato gli studiosi californiani sulla rivista scientifica Cell, il meccanismo d’azione è complesso. In estrema sintesi, possiamo dire che il memotrexato, sostanza tossica per definizione, attiva in modo estremamente potente la cosiddetta microglia (formata da cellule del sistema difensivo del cervello, che costituiscono fino al 10% della materia cerebrale e che di solito si muovono in risposta a un trauma o, appunto, a un elemento tossico). Quando viene “accesa” con forza dal metotrexato, la microglia crea un ambiente sfavorevole, e una cascata di altri effetti, che rendono difficile la crescita degli oligodendrociti, con conseguente danno per le capacità cognitive.

A questo punto diventa necessario, suggeriscono i ricercatori, agire sulla microglia, per evitare le “cadute” cognitive. Al momento sono allo studio diversi farmaci diretti specificamente contro queste cellule, per attenuare la loro azione. Quello che si dimostrerà in grado di funzionare meglio, diventerà la prima sostanza efficace contro il chemo brain e in generale un buon neuroprotettore, almeno nei confronti dei danni da metotrexato.

Foto edgar morinFoto mano robotica