Le forme più gravi di depressione, che resistono ai trattamenti farmacologici, psicoterapici e anche a strumenti quali la terapia elettroconvulsivante (la moderna versione dell’elettroshock), potrebbero essere curate, in futuro, con una stimolazione cerebrale profonda, o DBS (da Deep Brain Stimulation), una tecnica già utilizzata per mitigare gli effetti della malattia di Parkinson. In cosa consiste la DBS? Il neurochirurgo inserisce all’interno del cervello sottilissimi elettrodi, collegati a un piccolo apparecchio esterno, che vanno a stimolare (con un passaggio di debolissime cariche elettriche) alcune aree cerebrali coinvolte nella “gestione” dei sintomi della depressione. Questa ipotesi terapeutica viene suggerita sull’American Journal of Psychiatry dai neurologi del Mount Sinai Hospital di New York, che hanno raccontato quanto accaduto a 28 pazienti, operati in diversi momenti e seguiti poi per un periodo da quattro a otto anni.

Gli elettrodi sono stati impiantati in una zona del cervello chiamata area cingolata subcallosa e, in particolare, nella cosiddetta area 25 di Brodmann. Un primo studio su alcuni pazienti, avviato nel 2005, era stato interrotto per mancanza di dati statisticamente significativi, ma gli interventi sono poi continuati fino a raggiungere appunto il numero di 28. I ricercatori hanno controllato con regolarità cos’era successo ai pazienti trattati, cercando di trarre risultati che fossero valutabili con metodi statistici. I numeri che hanno trovato sono stati confortanti: in media il 50% dei depressi aveva avuto una risposta, il 30% era andato in remissione, il 21% aveva mostrato una risposta continuativa nel primo anno, e il 75% una risposta per almeno la metà della durata del periodo di osservazione.

Nel trattamento di queste forme di depressione (definita maggiore), così come in quella del disturbo bipolare (di cui soffriva una parte dei trattati), la durata della risposta è fondamentale, perché gli episodi si ripetono nel tempo e ciò che più conta è evitare che si ripresentino.

Oggi 23 dei 28 pazienti sono ancora in cura e in osservazione. Nel frattempo è iniziato il reclutamento di altre persone che riceveranno l’impianto di elettrodi di nuova generazione e saranno poi seguiti in modo molto più completo, ovvero con esami anche di “imaging” (risonanza magnetica e altri), di laboratorio e fisiologici, oltre alle valutazioni comportamentali e psichiatriche. Lo scopo è comprendere ancora meglio le potenzialità di questo approccio e identificare i sottogruppi di depressi che potrebbero trarre i maggiori benefici dalla stimolazione cerebrale profonda.

cuore-infarto-cardiologia