In Ricerca scientifica

Misurare il flusso sanguigno è essenziale in moltissime patologie per capire quanto sangue, ossigeno e sostanze nutritive arrivano ai tessuti e agli organi (soprattutto nelle situazioni di urgenza, o anche nelle malattie croniche), ma, per quanto possa sembrare strano, ancora oggi è tutt’altro che facile: le tecnologie impiegate in tutti gli ospedali e ambulatori del mondo sono, in realtà, approssimazioni più o meno riuscite, ma approssimazioni.

In particolare, i metodi più utilizzati – come la misurazione della pressione in millimetri di mercurio e quella basata sugli ultrasuoni (le ecografie, comprese quelle specifiche quali la Doppler) – sono lontane dal fornire quella visione dettagliata e precisa di cui ci sarebbe bisogno per curare al meglio i pazienti, e dipendono spesso, in misura significativa, dall’operatore, che deve interpretare le immagini. Nello stesso tempo, sistemi diagnostici quali le TAC specifiche, che permettono di ottenere risultati migliori in diverse situazioni, sono però invasive, perché generano quantità elevate di radiazioni, e vanno (o andrebbero) impiegate con estrema cautela e parsimonia. Per questo da anni c’è chi studia le possibili evoluzioni delle tecniche attuali, e ora un gruppo di radiologi e bioingegneri dell’Università del Michigan (Stati Uniti), sede di Ann Arbor, sembra aver raggiunto un traguardo importante.

Come riferisce la rivista scientifica Radiology, infatti, lo strumento ideato, un ecografo che fornisce immagini in 3D, oltre a essere del tutto innocuo, ha prestazioni nettamente migliori rispetto a quelle ottenute dagli strumenti tradizionali e, una volta prodotto su scala industriale, sarebbe assai economico.

Per controllare l’affidabilità del loro metodo, gli esperti hanno reclutato i colleghi della Quantitative Imaging Biomarkers Alliance (una rete di specialisti statunitensi, creata dalla Radiological Society of North America), e li hanno invitati a effettuare una serie di test utilizzando la tecnica messa a punto in Michigan. I ricercatori hanno preso come riferimento un flusso di sangue ideale e hanno poi modificato di volta in volta i parametri, fino a ottenere otto diverse situazioni cliniche simulate. Il risultato è stato molto positivo, perché tutti e sette i laboratori coinvolti nella sperimentazione hanno fornito esiti simili, con un tasso di errori e di differenze inferiore al 10% in generale, e in alcuni casi compreso solo tra il 3 e il 5%. Inoltre è stato confermato che il programma è facile da installare e da usare, e potrebbe quindi arrivare presto all’applicazione clinica.

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