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Che cosa c’entra il microbiota intestinale (cioè l’insieme dei batteri “buoni” che vivono nel nostro intestino) con la depressione? Molto, stando a quanto pubblicato sulla rivista scientifica Nature Microbiology da un’équipe dell’Università cattolica di Lovanio, in Belgio.

I ricercatori hanno analizzato il microbiota di 2.000 persone che risiedono in Olanda e in Belgio, e si sono concentrati soprattutto sulla presenza di tracce genetiche di 532 ceppi diversi di batteri, e sulla capacità che questi microrganismi hanno di sintetizzare sostanze importanti per la produzione dei neurotrasmettitori (le molecole utilizzate dalle cellule nervose per comunicare fra loro). Gli studiosi hanno poi messo a confronto i risultati di questa mappa con le condizioni psicologiche delle persone che “ospitavano” i batteri, e hanno trovato relazioni interessanti.

Innanzitutto, il 90% dei microrganismi analizzati è apparso coinvolto, a vario titolo, nel ciclo produttivo della dopamina e della serotonina, neurotrasmettitori fondamentali per la regolazione dell’umore. Inoltre, nei pazienti depressi sono state misurate evidenti alterazioni del microbiota: in particolare, bassi livelli del batterio Dialister e del Coprococcus, già noto per produrre un precursore della dopamina. In realtà – precisano i ricercatori belgi – non è possibile associare con certezza questa presenza batterica ridotta a una bassa produzione anche di neurotrasmettitori (e dunque a una maggiore tendenza alla depressione). Potrebbe anche accadere, scrivono gli studiosi, che – al contrario – sia la depressione a provocare, in modi ancora da delineare, l’abbassamento della presenza dei Coprococcus e Dialister (dunque i livelli ridotti di questi batteri sarebbero un effetto, e non la causa, delle sindromi depressive).

Lo studio dei ricercatori di Lovanio, in ogni caso, conferma che i rapporti fra i disturbi dell’umore e la composizione del microbiota esistono, e sono significativi, anche se appaiono non facili da decifrare. D’altronde – sottolineano ancora gli studiosi – il nervo vago, che si estende dalla parte bassa del cervello fino all’intestino (ed è il più lungo dell’organismo), è capace di trasportare informazioni e molecole in entrambi i sensi: quindi potrebbe essere davvero una sorta di autostrada della regolazione dell’umore, anche se ancora non sono chiare le “regole di marcia”.

Un’ulteriore conferma della complessità degli equilibri fra il microbiota e gli altri apparati dell’organismo arriva proprio dai batteri Dialister: quando sono presenti in scarsa quantità, come dicevamo, vengono associati alla depressione ma se, invece, crescono oltre la norma, vengono messi in relazione con un aumentato rischio di sviluppare l’artrite. Fino a quando tutte queste relazioni non saranno note nei minimi particolari sarà difficile, o impossibile, agire sul microbiota con nuove terapie farmacologiche per curare anche le patologie della sfera psichiatrica, o quelle dell’autoimmunità. «Ma questa prospettiva, così fuori dagli schemi, è molto interessante – ha commentato Emma Allen-Vercoe, professore di microbiologia all’Università di Guelph (Canada). – Grazie a questi studi, sta iniziando qualcosa di veramente nuovo».

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