In Ricerca scientifica

Il primo caso noto risale all’inizio di marzo: un cucciolo di Pomerania è stato infettato a Hong Kong dalla sua proprietaria, che aveva contratto il coronavirus.

Da allora ci sono state altre segnalazioni ma, soprattutto, sono iniziati i primi studi sistematici, anche se per ora si tratta di numeri relativamente contenuti. Ciò che emerge, comunque, è sempre la stessa cosa: gli animali d’affezione e, in primo luogo, cani e gatti, possono essere infettati dall’uomo, e non viceversa. Lo confermano anche due ricerche rese note negli ultimi giorni.

La prima, presentata al congresso virtuale della European Society of Clinical Microbiology and Infectious Diseases da un gruppo di veterinari canadesi, è stata condotta su 18 cani e 17 gatti di persone malate.

Tutti i tamponi sono risultati negativi, tranne quello di un gatto, ma i test sierologici condotti sul sangue di 8 gatti e 10 cani hanno raccontato una storia diversa: metà dei gatti aveva sviluppato le IgM, cioè le prime immunoglobuline (anticorpi) che vengono prodotte dopo un’infezione, e il 38% aveva IgG, le immunoglobuline che intervengono dopo. Tutti i gatti positivi avevano mostrato, poi, sintomi respiratori nello stesso periodo in cui li aveva il padrone. Per quanto riguarda i cani, il 20% aveva IgG, nessuno aveva IgM e uno aveva avuto i sintomi tipici del Covid-19.

Il secondo studio, pubblicato sulla rivista scientifica PNAS dai ricercatori dell’Università di Barcellona, è relativo a un gatto spagnolo, chiamato Negrito, sul quale sono state eseguite dettagliate analisi post mortem. È stato così possibile dimostrare che il coronavirus SARS-CoV-2 che lo aveva colpito era geneticamente identico a quello isolato nel suo proprietario.

Anche nei mesi scorsi ci sono state ricerche approdate alle stesse conclusioni, come quella apparsa sull’archivio scientifico BioRXiv, in attesa di revisione, e relativa a 540 cani e 277 gatti del Nord Italia analizzati tra marzo e maggio. Nessuno di loro aveva avuto un tampone positivo, ma le indagini sierologiche hanno mostrato che il 3% circa dei cani e il 4% dei gatti avevano gli anticorpi, a riprova di un contagio.

Per quanto riguarda i gatti, invece, uno studio pubblicato sulla rivista Emerging Microbes & Infections e relativo a un centinaio di gatti di varia provenienza (randagi, ospitati nei gattili e domestici) di Wuhan (Cina) ha mostrato un’incidenza di anticorpi specifici del 15%, superiore quindi ai valori riscontrati in altri Paesi.

Nel frattempo è emersa la pericolosità dei visoni e, soprattutto, degli allevamenti di visoni. Uno studio eseguito in 16 allevamenti olandesi e anticipato anch’esso su BioRXiv (nell’attesa della revisione da parte di altri esperti), ha mostrato che in 66 dei 97 addetti degli allevamenti stessi sottoposti a test, era presente il contagio. Anche in questo caso sarebbero stati gli uomini a infettare gli animali, ma poi il virus avrebbe fatto anche il giro contrario, alimentando un pericoloso circuito che ora si cerca di spezzare.

Infine, uno studio pubblicato sulla rivista PNAS ha mostrato che le specie di animali vertebrati da considerare potenziali veicoli di trasmissione del coronavirus SARS-CoV-2 sono almeno 410, perché queste sono le specie che esprimono i recettori cellulari ACE2 ai quali si attacca il virus.

 

Puoi leggere anche questi articoli

 

 

mozart alzeimerGerty Cori donne da Nobel