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Il paziente zero è stato un uomo olandese di 53 anni, vittima di un grave disturbo ossessivo-compulsivo, che aveva accettato di sottoporsi a una terapia invasiva, estrema, ma anche spesso risolutiva: l’inserimento, nel cervello, di sottili elettrodi per attenuare i sintomi della malattia, sulla scia di quanto già avviene per patologie come il Parkinson. In particolare, i neurochirurghi hanno inserito elettrodi fino alle zone responsabili delle sensazioni di piacere, della motivazione e della ricompensa, e questo trattamento ha permesso di ottenere una serie di effetti positivi sui disturbi psichiatrici, stimolando con debolissime correnti i neuroni, ma ha portato anche a un altro risultato sorprendente, del tutto inatteso: un forte miglioramento del diabete di tipo 2, che affliggeva l’uomo da tempo.

Per verificare se questa circostanza fosse casuale, oppure legata realmente agli elettrodi e alla stimolazione delle aree cerebrali, Mireille Serlie, endocrinologa dell’Academic Medical Center di Amsterdam (Olanda), ha tenuto sotto osservazione altri 14 pazienti con un impianto cerebrale profondo posizionato per lo stesso tipo di disturbo ossessivo-compulsivo (pazienti, però, che non avevano anche il diabete).

A queste persone è stato analizzato il sangue, per misurare la presenza di zucchero quando gli elettrodi erano accesi, e quando invece venivano spenti. I ricercatori hanno verificato, così, che effettivamente l’attivazione – tramite gli elettrodi – dell’area cerebrale della ricompensa (governata da un neurotrasmettitore chiamato dopamina) esercita misurabili effetti sulla regolazione della glicemia, cioè della gestione dello zucchero (glucosio) nel sangue, oltre che sul tono dell’umore. In particolare, la stimolazione cerebrale profonda, che incrementa la produzione di dopamina, fa aumentare di molto anche la sensibilità all’insulina (l’ormone, prodotto dal pancreas, che permette alle cellule dell’organismo di utilizzare il glucosio, e che nelle persone con il diabete di tipo 2 è carente).

Questo non vuol dire, naturalmente – come hanno sottolineato i ricercatori sulla rivista Science Translational Medicine – che gli elettrodi cerebrali possano diventare una terapia per il diabete (sarebbe davvero troppo invasivo…). Ma questi studi spingono a pensare che il ruolo della dopamina possa portare a una considerazione diversa della malattia e, di conseguenza, a nuovi approcci terapeutici.

Del resto, indicazioni in tal senso sono state ottenute da tempo negli animali, e sono state replicate anche dagli stessi ricercatori olandesi, che hanno stimolato in altri modi i neuroni dopaminergici degli animali (cioè i neuroni che producono la dopamina), facendo aumentare, anche in questo caso, la sensibilità all’insulina.

I ricercatori olandesi si sono spinti oltre e hanno chiesto a dieci persone sane di assumere un farmaco che fa scendere i livelli di dopamina, dimostrando che la sensibilità all’insulina scende di pari passo con la concentrazione del neurotrasmettitore. Ora i test proseguono per verificare se, almeno nei diabetici i cui organi non siano già compromessi, l’azione sulla dopamina (tramite farmaci) possa o meno rappresentare una reale alternativa terapeutica.

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