In Ricerca

Nel suo libro “La nazione delle piante” il neurobiologo Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale dell’Università di Firenze, ci invita ad abbandonare la prospettiva antropocentrica su cui è basata la nostra cultura.

Le persone ritengono che, grazie al nostro cervello, riusciamo a fare cose straordinarie, precluse a tutte le altre specie. In noi è profondamente radicata l’idea che rappresentiamo l’apice dell’evoluzione e siamo gli esseri di gran lunga più importanti e perfetti che vivono sul nostro pianeta. E questo, secondo Mancuso, è profondamente sbagliato.

E’ sbagliato per motivi biologici. L’obiettivo della vita è la propagazione della specie. Mediamente una specie vive sul pianeta 5 milioni di anni. Noi homo sapiens ci siamo da soli trecentomila anni. Quindi non siamo certo i migliori.

La nostra capacità di sopravvivenza è molto bassa. E questo è dovuto a come siamo organizzati.

Noi animali costruiamo organizzazioni centralizzate, gerarchiche, piramidali. Ogni organo ha una sua funzione ed è fondamentale. Costruiamo organizzazioni che sono la replica esatta di come siamo fatti noi.

In realtà, le organizzazioni piramidali sono fragili: basta rimuovere anche un solo componente determinante per far crollare tutto. Questa catena gerarchica ci rende più debole come specie. Dobbiamo allora imparare da tutte le altre specie come si fa a sopravvivere. In particolare, dalle piante.

La pianta non ha organi centralizzati, specializzati come noi. Ha un’organizzazione diffusa: vede con tutto il corpo, sente, respira, ragiona con tutto il corpo. Quindi è estremamente più robusta di noi.

Come avevamo evidenziato in un altro articolo la pianta non è un individuo, ma una rete. Un bosco è un organismo unico: non è costituito da tanti individui, ma da una rete di piante che, attraverso le radici, sono connesse le une con le altre. E attraverso le radici le piante si scambiano informazioni, in una vera e propria “rete di mutuo appoggio”.

A pensarci bene, è il modello con cui abbiamo costruito Internet: il web ha una struttura diffusa e orizzontale, che non si può mai bloccare completamente.

Oltre al nostro tipo di organizzazione, Mancuso evidenzia un altro importante elemento di criticità: siamo l’unica specie che distrugge l’ambiente nel quale vive.  L’homo sapiens è un superpredatore: distruggiamo l’ambiente in cui viviamo, proprio come certi virus poco evoluti.

Innescando il riscaldamento globale del pianeta, abbiamo messo in moto una serie di conseguenze nell’ambiente che non sono prevedibili.

Il fatto è che noi non siamo fuori dalla natura (idea che risale al filosofo Cartesio) e abbiamo necessità che tutti gli altri esseri viventi sopravvivano: se facciamo estinguere una specie, riduciamo le nostre possibilità di sopravvivenza.

Le piante ci insegnano a cooperare, non a competere. Soltanto con la cooperazione ci potremo salvare. La cooperazione è il grande motore dell’evoluzione del pianeta. Perché la vita si conserva e si propaga così.

Diagnosi dei tumori grazie al DNA “perso” dal microbiotaCosì i robot aiutano a curare i malati di Coronavirus