Per la prima volta è possibile far crescere in laboratorio frammenti di tessuto cerebrale uguali a quelli umani (in termine tecnico si chiamano organoidi), da utilizzare come “base” per studiare alcuni tipi di malattie psichiatriche e le relative terapie: l’hanno dimostrato i ricercatori del Department of Stem Cell and Regenerative Biology dell’Università di Harvard, guidati dall’italiana Paola Arlotta, in collaborazione con il Broad Institute di Cambridge (Stati Uniti). I risultati di questo importante lavoro sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Nature.

Il metodo seguito dai neurobiologi è molto complesso, ma possiamo cercare di sintetizzarlo così: i ricercatori hanno utilizzato diverse linee di cellule staminali, sia di origine maschile che femminile, “condizionandole” tramite tecniche di ingegneria genetica per farle diventare cellule della corteccia (cioè della zona del cervello addetta alle funzioni superiori, quali la memoria e il linguaggio), e avviandole lungo un percorso molto simile a quello che si verifica durante lo sviluppo fetale. Paola Arlotta e i suoi collaboratori hanno fatto crescere in laboratorio una ventina di organoidi e – a differenza di quello che era accaduto ad altre équipe internazionali – sono riusciti a ottenere “minicervelli” identici fra loro al 95%, che si sono sviluppati abbastanza a lungo da generare un ampio spettro di tipi cellulari, proprio come accade naturalmente durante lo sviluppo della corteccia cerebrale.

In realtà la crescita di questi organoidi si è rivelata lentissima: dopo sei mesi avevano raggiunto, in media, una dimensione di soli tre millimetri. Ma quello che importa – hanno ribadito i ricercatori – è avere dimostrato che si possono produrre in serie organoidi omogenei e affidabili, che potranno poi essere utilizzati, come dicevamo, per studiare in laboratorio alcuni tipi di malattie (a partire dall’autismo e dalla schizofrenia) e le loro risposte ai farmaci, ottenendo risultati facilmente confrontabili. Spieghiamo meglio: i ricercatori potranno far crescere organoidi sani, e altri, invece, con una serie di mutazioni genetiche che provocano patologie psichiatriche. Grazie alla tecnica messa a punto dal gruppo di Arlotta, diventerà possibile studiare i modi in cui le malattie si manifestano e gli effetti delle nuove terapie.

In questo momento – si legge su The Harvard Gazette – l’équipe di Arlotta sta già lavorando su organoidi che riproducono l’autismo, o, almeno, le mutazioni genetiche sicuramente coinvolte nella malattia.

Credits photo: Paola Arlotta laboratory, Harvard University, The Harvard Gazette