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Nano-pannelli solari inseriti sulla superficie dei lieviti, per fare in modo che questi microganismi unicellulari sintetizzino con maggiore efficacia sostanze utilizzate, poi, dalle industrie farmaceutiche per produrre farmaci: sembra strano, ma i ricercatori del Wyss Institute for Biologically Inspired Engineering at Harvard (Boston), sono riusciti in questa impresa. Lo riferisce la rivista Science.

Come funzionano questi “pannelli” di dimensioni microscopiche (nell’ordine dei miliardesimi di metro)? I ricercatori americani li hanno applicati, con tecniche molto sofisticate, sul normale lievito della birra – il saccharomyces cerevisiae – per farlo diventare più efficiente, in particolare, nella sintesi dell’acido shikimico (una sostanza che il lievito crea naturalmente, e che viene usata per ricavare un farmaco antinfluenzale). Il potenziamento della produzione di questo acido è stato ottenuto modificando il metabolismo del lievito, in modo da utilizzare tutto il carbonio disponibile, partendo dal glucosio (nei lieviti non modificati, invece, una parte di questa sostanza prende vie metaboliche diverse e alla fine viene impiegata come fonte di energia). Per recuperare l’energia sottratta in seguito a questo nuovo “ciclo” del carbonio, i ricercatori hanno incollato, appunto, sulla superficie esterna dei lieviti i “pannelli”, costituiti da nano-particelle di fosfuro di indio (un metallo semiconduttore sensibile alla luce). Quando viene colpito dalla luce, il fosfuro di indio raccoglie elettroni (energia) dalla luce stessa e li consegna alle cellule del lievito. Come “mastice” per incollare le nano-particelle, i ricercatori hanno usato una sostanza organica, a base di polifenoli (i composti antiossidanti che si ritrovano per esempio nella frutta, e che sono del tutto innocui).

Il risultato finale di queste trasformazioni è stato un aumento della produzione di acido shikimico di 11 volte rispetto a quella che si ottiene da lieviti non tappezzati da nanopannelli solari.

Lo studio è stato accolto con molto interesse, perché rappresenta un passo importante verso la realizzazione di materiali cosiddetti bioibridi: materiali, cioè, nei quali l’unione di sostanze inorganiche e organiche porta a specie del tutto nuove e potenzialmente molto utili. Certo, tutto questo apre problemi etici, che andranno affrontati con sempre maggiore attenzione.

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