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Fino ad alcuni anni fa, la porzione (molto ampia) del DNA che apparentemente non possiede una funzione precisa veniva chiamata “junk”, ossia spazzatura, dai ricercatori. Negli ultimi tempi, però, un numero crescente di studi ha dimostrato (sta dimostrando) che quelle zone del codice genetico possono svolgere, in realtà, anche compiti molto importanti, contrariamente a quanto si credeva. Due ricerche, in particolare, pubblicate dalla rivista scientifica Nature, rivelano che alcuni tratti del “junk DNA”, chiamati introni, sono capaci di attivare una sorta di aiuto, se la cellula si trova in una situazione di emergenza.

I ricercatori hanno concentrato la loro attenzione sugli introni dei lieviti (ma anche gli esseri umani possiedono questi tratti del DNA) e si sono resi conto che se i lieviti stessi ne vengono privati e si trovano in carenza di cibo, muoiono molto più rapidamente, rispetto ai lieviti che ancora mantengono al loro interno gli introni. Il secondo esperimento ha invece mostrato che le cellule di lievito tenute in condizioni di eccessivo affollamento (in laboratorio), dunque sotto un forte stress, ricevono un aiuto importante dagli introni (sembra che questi tratti del DNA impediscano una loro eccessiva duplicazione).

Il primo studio è stato condotto dai microbiologi della Université de Sherbrooke, in Canada (Quebec). Il secondo, dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, negli Stati Uniti. Quale sia il significato ultimo di questi comportamenti degli introni, definiti in parte “bizzarri” dagli stessi studiosi, non è chiaro, ma si pensa che in caso di condizioni sfavorevoli le sequenze junk si attivino per riorganizzare la vita della cellula, agevolando l’espressione o lo spegnimento di specifici geni (cioè di tratti del DNA in grado di codificare una proteina).

Ognuno dei circa 20.000 geni umani è “collegato” in media a 8 introni: dunque il numero complessivo di questi tratti junk è elevato. Nuovi studi verranno attivati per descriverne funzioni e caratteristiche, e per verificare se anche negli esseri umani è presente quest’azione di “emergenza”, che potrebbe venire utilizzata, in futuro, anche per nuove terapie.

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