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 In Ricerca scientifica

Da tempo si sa che le situazioni di stress cronico (come quelle che molti di noi hanno vissuto durante l’emergenza-coronavirus) possono avere conseguenze anche “fisiche” sull’organismo, innescando, ad esempio, stati infiammatori del sistema nervoso. Tutto questo è misurabile, andando a cercare nel sangue le molecole tipiche dell’infiammazione, come le citochine (che appaiono in quantità superiori alla norma), e misurando l’attività delle cellule della microglia, elementi importanti delle difese immunitarie del cervello. Uno studio innovativo condotto dai neuroscienziati della Florida Atlantic University e della Ohio State University (Stati Uniti) permette ora di capire più in dettaglio come avvengono questi collegamenti fra stress e infiammazioni, e chiarisce per la prima volta il ruolo cruciale di un recettore presente sulle cellule nervose, chiamato nIL-1R, a cui si aggancia (letteralmente) l’interleuchina 1, una classica molecola infiammatoria, prodotta dal sistema immunitario. I risultati di questa ricerca sono apparsi sulla rivista Molecular Psychiatry (gruppo Nature).

I recettori nIL-1R sono presenti soprattutto nelle cellule nervose di una struttura del cervello, l’ippocampo, coinvolta nella memoria e nell’apprendimento. Ebbene, secondo gli studiosi americani è proprio l’arrivo dell’interleuchina 1 su quelle cellule ad avere un ruolo centrale nell’avvio delle infiammazioni cerebrali, e dei disturbi collegati, a partire dall’ansia. Tutto questo lascia intravvedere (se nuovi studi confermeranno il ruolo di tale circuito) la possibilità di creare terapie mirate e molto più selettive di quelle attuali, per curare questi problemi.

Come hanno fatto i ricercatori a giungere a questa conclusione? Hanno disattivato, o addirittura “cancellato” negli animali da laboratorio, tramite complesse tecniche di ingegneria genetica, i recettori nIL-1R, e hanno visto che una serie di stress indotti ad hoc negli animali non provocava più lo stato infiammatorio dei neuroni, e nemmeno le conseguenze più classiche, come deficit della memoria e anomalie comportamentali. Quando, invece, i recettori nIL-1R venivano riattivati, gli effetti dello stress tornavano visibili e misurabili.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, una persona su 13 soffre di ansia, il disturbo mentale più diffuso al mondo e collegabile, come dicevamo, alle infiammazioni da stress. “Stiamo vivendo livelli di difficoltà senza precedenti, in seguito alla pandemia da Covid-19, che probabilmente avranno effetti a lungo termine su milioni di persone”, ha dichiarato Randy Blakely, Direttore Esecutivo del Brain Institute della Florida Atlantic University, “Quando lo stress psicosociale diventa cronico, gli effetti non sono solo debilitanti emotivamente, ma anche fisicamente, e possono portare a ipertensione, malattie cardiache e persino dipendenza. I risultati di questo studio all’avanguardia aiuteranno scienziati e clinici a sviluppare terapie più personalizzate per coloro che lottano contro ansia, depressione e altri disturbi psicologici”.

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