Il nostro mondo oggi è pieno di nozioni sbagliate. Pensiamo, per esempio, ai terrapiattisti. Se accadono fenomeni di questo genere, se non c’è più differenza tra scienza e fantascienza, allora vuol dire che noi come scienziati abbiamo fallito nel dare il messaggio giusto su quale sia la vera natura della scienza.

A questo punto, ti viene da pensare: allora, perché fare scienza? Qual è lo scopo del fare scienza?

Per me è semplice: voglio sapere come funziona l’Universo. Se partite da questo presupposto di base e continuate, arrivate alla fisica delle particelle. E in un attimo vi ritrovate nel tunnel del CERN, a lavorare nel più grande esperimento della storia mai fatto con un acceleratore di particelle.

Noi fisici, come gli altri scienziati, abbiamo davanti tutta una serie di domande tanto difficili quanto affascinanti da esplorare: di cosa è fatto il 95% dell’Universo? Viviamo davvero in un multiverso? Perché la gravità è così debole rispetto alle altre forze?

La domanda più importante di tutte è però quella che si fanno moltissime persone: la società cosa ottiene da tutta questa ricerca? La risposta è ovvia per me, perché le risposte sono chiare, scientificamente, tecnologicamente e praticamente. Ma il fatto che le persone pongano questa domanda dimostra un fraintendimento di quello che è la scienza, e significa che dobbiamo migliorare la nostra capacità di comunicare i metodi e le intenzioni della scienza.

Cambiare i punti di vista delle persone sulla ricerca è difficile, ma un modo per farlo è tornare alle domande fondamentali che guidano la ricerca scientifica. 

Chi siamo noi? Dove stiamo andando? Come funziona il mondo che ci circonda? Gli esseri  umani sono naturalmente affascinati da queste domande filosofiche, perché siamo curiosi di sapere come funziona la natura, e inquadrare la nostra ricerca in questo modo ha un effetto molto potente nel comunicare la scienza al pubblico.

La scienza appartiene a tutti: è un’aspirazione umana, e cercare di soddisfarla lo considero il mio compito principale, anche se non il mio unico compito. Condurre la ricerca con i colleghi è solo il punto di partenza ed è facile parlare con i tuoi colleghi tutto il giorno. È più difficile e più gratificante interagire con persone che non sono specializzate nel tuo campo. Comunicare la tua ricerca agli altri non dovrebbe essere secondario, perché siamo tutti umani: i poteri di persuasione e la capacità di comunicare sono altrettanto importanti nella ricerca quanto nel mondo esterno.

La comunicazione è fondamentale. Per me, il momento più importante non è quando mi viene una nuova idea, o quando formulo un nuovo metodo, o quando pubblico un articolo o faccio una conferenza. Il momento più importante è quando parlo in un museo della scienza e uno studente alza la mano e mi fa una domanda intelligente e curiosa sulla materia oscura.

C’è un’altra ragione per cui il momento condiviso da uno scienziato con un non specialista è fondamentale: può essere uno dei modi più efficaci per contrastare gli atteggiamenti anti-scientifici, e può aiutare a dissuadere le persone da molte convinzioni pseudoscientifiche, che è uno dei problemi più importanti che il mondo deve affrontare oggi.

Pensa un attimo alle conseguenze di ciò che stiamo vivendo: l’attuale tendenza verso il pensiero pseudoscientifico contribuisce, per esempio, a non combattere efficacemente il riscaldamento globale, o alla sfiducia irrazionale nei vaccini, o a promulgare il concetto screditato di “scienza della razza”.

Il compito della divulgazione scientifica è molto chiaro e può essere riassunto in un unico messaggio: la scienza non è un tentativo segreto ed elitario, ma è il metodo migliore che noi esseri umani abbiamo a nostra disposizione per rispondere a domande fondamentali. E la scienza dovrebbe appartenere a tutti.

James Beacham

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