Convegno al Conservatorio di Lugano sui diversi aspetti dell’attività musicale: fonte di emozioni e di bellezza, ma anche di stress per le aree cerebrali, che devono rimodellarsi di continuo

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di Paolo Rossi Castelli

Neurobiologia e pratica musicale”: un abbinamento che non appare immediato a chi vede, nella musica, soprattutto emozione, gioia, stimolo per ballare… Ma questo tema, che verrà dibattuto venerdì 11 ottobre al Conservatorio di Lugano (Aula magna, via Soldino 9), offre, in realtà, diversi aspetti di riflessione interessanti. Ne parleranno, dalle 16 in poi, Alain Kaelin, direttore medico e scientifico del Neurocentro della Svizzera Italiana; Lutz Jäncke, direttore del Dipartimento di psicologia e neuropsicologia dell’Università di Zurigo; Claudio Bassetti, direttore della Clinica di Neurologia dell’Inselspital di Berna; Eckard Altenmüller, direttore dell’Istituto di fisiologia e medicina della musica presso la Hochschule für Musik, Theater und Medien di Hannover; Anna Modesti e Christoph Brenner, docenti e ricercatori al Conservatorio; la violinista Virginia Ceri.

Ma perché la “biologia della musica” è così importante? L’abbiamo chiesto al professor Kaelin, che venerdì farà gli onori di casa al convegno, organizzato dal Neurocentro, dalla Fondazione Neuroscienze Ticino, dalla Fondazione Eccles e dal Conservatorio.

«I musicisti (soprattutto, i concertisti che si esibiscono a livello professionale) – spiega Kaelin – sono una sorta di laboratorio naturale molto importante per studiare come il cervello è in grado di modificarsi, in modo plastico, per adattarsi ai compiti che gli vengono chiesti. Tramite la risonanza magnetica funzionale e altre attrezzature sofisticate, siamo in grado (da qualche anno) di seguire “in diretta” le modifiche, anche profonde, a cui va incontro. Prima era impossibile, perché non esistevano queste macchine, e perché non potevamo – come avviene, invece, per quasi tutto il resto – studiare queste attività sugli animali da laboratorio. La musica, come sappiamo, è una caratteristica soltanto umana».

Che cosa si è visto?

«Il cervello di un musicista (per esempio, di un virtuoso di violino) viene portato al limite, per quanto riguarda la gestione dei movimenti, ma anche della vista, del tatto, della memoria… Tutto deve funzionare in modo estremo. Ebbene, gli studi di Lutz Jäncke e di altri ricercatori hanno dimostrato che avvengono modifiche importanti, nel cervello di queste persone: in particolare, nella corteccia cerebrale motoria, che governa i muscoli delle mani, ma anche nel sistema uditivo e nel corpo calloso (la zona che collega i due emisferi). Ma non basta: si è scoperto che in alcuni punti aumenta la densità e il volume della materia grigia, e anche quella dei capillari (che portano il sangue) e delle cellule gliali, che hanno una funzione di nutrimento e sostegno per i neuroni. In più, anche il sistema delle sinapsi (i punti di contatto fra una cellula nervosa e l’altra) vanno incontro a modifiche. Tutto questo, dicevo, è molto importante per capire in che modo si esprime la plasticità del cervello, non solo di quello dei musicisti».

Insomma, il cervello dei musicisti racconta molto bene le peculiarità  (e l’essenza) degli esseri umani…

«Sì, i musicisti sono un “prototipo” molto importante, e unico (non è altrettanto facile studiare le modifiche che avvengono in persone che fanno un’altra professione…). Ma oltre a rappresentare un modello ideale, i musicisti, in realtà, sono anche persone che in molti casi soffrono, purtroppo, per colpa della musica. Un problema classico è quello delle distonie: impulsi sbagliati, in genere troppo forti, che arrivano ai muscoli degli arti e creano contrazioni muscolari involontarie, crampi o anche una sorta di blocco. Per lungo tempo si è pensato che fosse un problema dell’area motoria del cervello, ma studi recenti hanno permesso di ampliare l’orizzonte: nelle distonie è coinvolto anche il sistema somato-sensoriale, in particolare quello del tatto, che in seguito a un’ipersollecitazione, come avviene per i musicisti, manda segnali sbagliati alla corteccia motoria, che a sua volta invia informazioni errate ai muscoli e alle articolazioni. Un’ampia percentuale di musicisti professionisti soffre di questi problemi, anche se molti di loro cercano di nasconderli, perché hanno paura di avere ripercussioni nella carriera».

Come si possono curare questi disturbi?

«Esistono terapie di “retuning” (così vengono chiamate), per rieducare il sistema sensoriale: ad esempio, esercizi per cambiare la posizione della mano. Ma non sempre sono efficaci. In alcuni casi si ricorre anche alla tossina botulinica, per fermare le contrazioni eccessive. Anche nei nostri ambulatori del Neurocentro utilizziamo queste tecniche per i musicisti».

La musica, su un versante opposto, può anche diventare un’efficace  terapia…

«Soprattutto nei pazienti con malattie motorie, come il Parkinson, la musica (e in particolare il tango) aiuta a recuperare il ritmo dei movimenti, anche se non è ancora ben chiaro il perché. Ma anche nell’ambito della psicoterapia, la musica può dare un aiuto significativo. In quel caso, aiuta a modulare le emozioni».

Ultimo aggiornamento: 7 ottobre 2019
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