Prende il via un nuovo, importante archivio degli effetti collaterali delle terapie, voluto da Olivia Pagani (Centro di Senologia della Svizzera italiana). Un aiuto per valutare decisioni spesso difficili da adottare

clicca sulla foto per vedere la gallery

CERCA

di Paolo Rossi Castelli

Prende il via in questi giorni un nuovo, importante archivio degli effetti collaterali provocati dalle terapie per contrastare il tumore al seno (si chiama Kaiku, dal nome dell’azienda finlandese che lo gestisce): verrà alimentato, con le loro testimonianze, dalle pazienti del Centro di Senologia della Svizzera Italiana (CSSI, una struttura dell’Ente Ospedaliero Cantonale), e diventerà uno dei più completi, a livello svizzero. Occorreranno almeno due anni, però, e un gran numero di schede, che verranno inviate con regolarità alle pazienti, e rielaborate poi anche con sistemi di intelligenza artificiale (le donne potranno compilarle con calma, nella quiete delle loro case). Al termine di quest’indagine il quadro sarà definitivo, e fornirà nuova luce su un mondo non ancora completamente chiaro, perché spesso le pazienti non raccontano tutto agli specialisti. L’anima di questa iniziativa – finanziata dal gruppo “Anna dai Capelli Corti” – è Olivia Pagani, oncologa medica del CSSI e professore all’Università di Ginevra e all’Università della Svizzera Italiana. Ma perché le donne appaiono così reticenti nel raccontare i loro disagi?

«Per vari motivi, tutti delicati – spiega la dottoressa Pagani. – Innanzitutto, per pudore, riservatezza, anche timore, visto che gli effetti indesiderati delle terapie vanno a incidere sullo stato d’animo, la sessualità, la percezione di sé. Ma le donne non amano parlare dei loro problemi anche per la scarsa attenzione che molti medici dedicano a questi aspetti, convinti che la cosa essenziale sia combattere il tumore, senza badare alle conseguenze “accessorie”, considerate il male minore (anche se, invece, possono essere molto pesanti)».

Quali sono, principalmente, questi problemi?

«Dipendono dalla “categoria” dei farmaci utilizzati dopo l’intervento chirurgico e dopo la radioterapia (o, a volte, anche prima). Non dimentichiamo che quando si parla di tumore al seno ci si riferisce, in verità, a numerose malattie, e ognuna richiede cure personalizzate».

Esiste un vasto repertorio di farmaci?

«Una prima distinzione fondamentale è quella fra la chemioterapia e la terapia antiormonale. La chemio si utilizza, di solito, per curare le pazienti che hanno tumori senza “recettori” identificabili (per esempio quei tumori che vengono chiamati tripli negativi). In questi casi le cellule cancerose non offrono “agganci” (o, possiamo dire, bersagli) conosciuti per i farmaci selettivi che attualmente abbiamo a disposizione. Dunque si deve intervenire con la chemioterapia, che è progettata per bloccare la replicazione di tutte le cellule (come quelle tumorali) che tendono a duplicarsi di continuo, e velocemente. Gli effetti collaterali della chemio sono molto temuti, in genere, dalle donne, perché quasi sempre questi farmaci provocano la caduta dei capelli e determinano nausea e spossatezza. Però è pur vero che la chemio dura solo 3-6 mesi, e tutto torna poi gradualmente come prima».

La terapia antiormonale, invece?

«Questo tipo di cura viene considerato più leggero dalle pazienti, perché non fa cadere i capelli e, comunque, non è accompagnato dalla fama “difficile” della chemio. In realtà anche questa terapia può provocare effetti sgradevoli che, per di più, si protraggono molto a lungo (la durata media di questi tipi di cura è di 5 anni, che possono però diventare anche 10 in alcuni casi)».

Come funziona?

«L’ormonoterapia cerca di contrastare gli effetti degli estrogeni, i più importanti ormoni femminili, che sono fondamentali nelle diverse fasi di vita della donna, ma possono anche alimentare la crescita delle cellule tumorali: soprattutto, di quelle che hanno sulla loro parete esterna una serie di recettori (molecole che sporgono, letteralmente, dalle cellule stesse) in grado di agganciarli. La terapia antiormonale blocca gli estrogeni e, di conseguenza, frena efficacemente anche le cellule tumorali. Inutile dire, però, che lo stop agli estrogeni interferisce anche con altri meccanismi biologici, condizionando tanti aspetti della vita femminile».

Può spiegare in modo più ampio?

«Esistono fondamentalmente tre tipi di terapia ormonale. La più “leggera” è quella a base di tamoxifene, un farmaco utilizzato dalla fine degli anni ’90.     Non sopprime la produzione degli estrogeni: blocca solo la loro azione. Per questo ha un effetto limitato sugli aspetti più intimi della vita femminile come la sessualità (in particolare, sulla libido), rispetto ad altri medicinali, e non provoca secchezza vaginale. In più, produce un effetto protettivo nei confronti dell’osteoporosi ma, nello stesso tempo, può anche innescare un aumento di peso, con i risvolti psicologici connessi, non sempre facili da gestire».

E le terapie ormonali più pesanti?

«Quando il tamoxifene non viene ritenuto sufficiente (dipende, come dicevo, dalle caratteristiche del tumore), si ricorre ai cosiddetti inibitori dell’aromatasi, che portano a una soppressione ormonale più intensa. In particolare, bloccano gli ormoni prodotti fuori dalle ovaie (nelle donne in menopausa – che hanno le ovaie ormai non più funzionanti – una piccola quantità di ormoni femminili viene prodotta dal tessuto grasso, dal tessuto mammario e dalle ghiandole surrenali). Questo meccanismo d’azione va bene nelle donne, appunto, in menopausa, ma non in quelle che sono ancora fertili, con le ovaie che creano abbondanti quantità di estrogeni. In queste pazienti è necessario provvedere anche alla soppressione dell’attività ovarica, con appositi farmaci. Ma in tale modo si blocca totalmente l’azione degli estrogeni con implicazioni importanti, per esempio, sulla fertilità, e anche sulla sessualità».

Non è un sacrificio troppo duro, chiesto, per giunta, a donne ancora giovani?

«È vero, può essere considerato eccessivo agire in questo modo. Però affrontare una recidiva tumorale e le sue conseguenze lo è di più. Uno studio eseguito dall’International Breast Cancer Study Group, di cui sono stata una delle coordinatrici, ha dimostrato che nelle donne ad alto rischio di recidiva l’uso del tamoxifene e degli inibitori dell’aromatasi, unito al blocco ovarico, determina il 15% di riduzione nello sviluppo delle metastasi. In altre parole, le pazienti passano dal 74% di possibilità di essere libere da metastasi dopo 10 anni, con il solo tamoxifene, all’88-89%, con il blocco ovarico. Lo studio è stato eseguito su circa 5000 donne, in Europa, Stati Uniti, Giappone e Sudamerica».

È una scelta difficile, difficilissima…

«Vanno valutati con estrema attenzione tutti i possibili scenari e il bilancio rischi/qualità della vita. I medici dovrebbero soffermarsi molto su tali aspetti, così delicati, e invece, purtroppo, questo spesso non avviene. All’ultimo congresso dell’ESO (European School of Oncology) sul tumore al seno nelle donne giovani, che si è svolto l’anno scorso a Lugano, un brillante ricercatore, Matteo Lambertini, ha condotto un sondaggio fra gli specialisti presenti, distribuendo un formulario in cui si chiedeva di rispondere ad alcune domande proprio su questi temi. Ebbene, è emerso che un terzo degli interpellati non sapeva nulla, ad esempio, delle linee guida per preservare la fertilità nelle pazienti che devono sottoporsi al blocco dell’attività ovarica. Diventa quasi inevitabile, di fronte a questa insensibilità, la “fuga” di molte donne giovani dalla terapia. Ma così si espongono a rischi anche seri».

C’è un modo per misurare in modo preciso questi rischi?

«Tre settimane fa abbiamo pubblicato uno studio proprio su questo, presentando un algoritmo che tiene conto delle diverse variabili e calcola il rapporto rischi/benefici (lo studio è apparso sul Journal of Clinical Oncology, una delle riviste scientifiche più importanti nel settore oncologico). Ebbene, è apparso chiaro, incrociando numerosissimi dati degli studi di cui parlavo prima, che nelle donne ad elevato rischio di ricomparsa della malattia, il beneficio aumenta, se viene intensificata la terapia».

A questo punto, qual è il modo migliore per aiutare le donne a prendere la decisione giusta?

«Mi verrebbe da dire che bisogna passare dal tecnicismo all’umanesimo. L’oncologo che segue una donna giovane con tumore al seno deve imparare a comunicare con la paziente, a entrare in empatia con lei, considerando la sua situazione familiare e le sue aspirazioni, le sue paure. Sarà poi lei a decidere: potrà scegliere di vivere bene il presente, accettando un rischio più alto di ricomparsa del tumore; oppure potrà optare per una vita meno piacevole, ma più sicura. C’è, però, anche una terza via: a differenza di quello che accade con la chemio, infatti, la terapia ormonale può essere interrotta, dopo un certo periodo, se gli effetti diventano insopportabili. L’importante, ribadisco, è parlarne bene, e a lungo».

Ultimo aggiornamento: 8 novembre 2019
© Riproduzione riservata | Ticino Scienza