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Di cosa parliamo quando parliamo di felicità | Fondazione IBSA

Scritto da Luca Nicola | 23 lug 2019
 
 

 

 

Daniel Kahneman, psicologo israeliano, docente a Princeton, è tra i fondatori della finanza comportamentale e ha ricevuto nel 2002 il premio Nobel per l’Economia “per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica”. La sua ricerca è incentrata su come i nostri errori di giudizio dipendano da una serie di automatismi mentali che ci portano a decidere velocemente ma in modo errato, perché fondati su preconcetti o percezioni sbagliate. In questa celeberrima TED “vintage” (è del 2010), ci spiega con esemplare chiarezza alcuni meccanismi fondamentali della mente umana.

“Ci sono una serie di ‘trappole cognitive’ che rendono impossibile elaborare idee corrette sulla felicità. La prima è la riluttanza ad ammettere la complessità. La parola ‘felicità’ non è molto utile, perché la applichiamo a troppi campi. Dovremmo adottare la visione più complicata di cosa sia il ‘benessere’.

La seconda trappola è la confusione tra esperienza e memoria: in pratica si tratta di scegliere se essere felici nella vita o essere felici della propria vita o riguardo alla propria vita. E questi sono due concetti estremamente diversi, entrambi parte del concetto di felicità”.

C’è di più. Quando viviamo una bella esperienza e accade qualcosa di negativo proprio alla fine, siamo convinti che quella esperienza sia rovinata. Ma non è vero. Quello che è rovinato è il ricordo dell’esperienza. Un esempio? Un divorzio è come una sinfonia con un suono stridulo alla fine: il fatto che sia finita male non significa che sia stato tutto brutto.

In realtà, secondo gli studi di Kahneman, è come se dentro di noi ci fossero due persone distinte, molto differenti fra loro: “C’è un sé che vive le esperienze, che vive il presente ed è capace di riconoscere e rivivere il passato. E poi c’è il sé che si ricorda, che si occupa delle storie della nostra vita. Sono due entità molto diverse. Il sé che ricorda è uno storyteller. Noi ci raccontiamo storie di continuo: la nostra memoria ci racconta storie, ossia quello che ci rimane delle nostre esperienze è una storia”.

Se le cose stanno così, la più grande differenza è come affrontiamo il tempo. Il sé che vive le esperienze è immerso in un continuum, che quasi sempre non lascia traccia; mentre la storia che elaboriamo si incentra sugli episodi di spicco (specialmente i finali) e non sullo scorrere degli eventi. Arriviamo così a comporre storie che conserveremo per riferimenti futuri, che ci guideranno nel giudizio e nella scelta: “Il sé che ricorda fa qualcosa di più che raccontare storie: prende delle decisioni. Di fatto noi non scegliamo tra esperienze, ma tra ricordi di quelle esperienze. E anche quando pensiamo al futuro, non pensiamo al futuro come esperienze, ma come memorie anticipate”.

Tornando al concetto di benessere, si scoprono differenze notevoli tra il benessere che proviamo mentre viviamo la nostra vita e il giudizio che diamo quando dobbiamo valutare il grado di soddisfazione che proviamo per la nostra esistenza.

“Se domandate della felicità al sé che ricorda, non si tratta di quanto felicemente una persona viva, si tratta di quanto una persona sia soddisfatta o compiaciuta quando pensa alla sua vita. Potreste sapere quanto una persona sia soddisfatta della propria vita, e questo non vi dirà molto su quanto felicemente stia vivendo la propria vita”.

In fondo siamo molto meno razionali di quello che crediamo e tendiamo a sottovalutare il ruolo che i ricordi legati alle emozioni hanno nel formulare un giudizio e farci compiere una decisione.