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Staminali nell’utero contro la spina bifida

Scritto da Paolo Rossi Castelli | 03 nov 2022

Intervento d’eccezione in California su donne in gravidanza, per correggere una grave anomalia della colonna vertebrale dei bimbi che avevano in grembo. Le staminali, prelevate dalla placenta, trattate e poi reintrodotte, hanno riparato il danno.

La spina bifida è unanomalia dello sviluppo fetale della colonna vertebrale, che può portare anche a danni molto gravi quali la paralisi degli arti inferiori, problemi genito-urinari e anche deficit cognitivi. In futuro però potrebbe essere curata più efficacemente di quanto non accada oggi, già prima della nascita, con un intervento direttamente allinterno dellutero e con laiuto di cellule staminali.

I primi tre bambini operati con questa nuova tecnica sperimentale presso l’Università della California (sede di Davis), stanno tutti bene, hanno superato l’intervento, sono nati con parto cesareo e mostrano, per ora, una condizione nettamente migliore rispetto a quella che ci si aspetterebbe se fossero stati operati dopo la nascita, come accade di norma.

Ne dà notizia lo stesso team di chirurghi e pediatri, guidato dalla professoressa Diana Farmer, che ha lanciato, nel 2021, la fase finale di una sperimentazione, chiamata CuRe Trial: Cellular Therapy for In Utero Repair of Myelomeningocele (il Mielomeningocele è una delle forme in cui si può presentare la spina bifida), nell’ambito della quale saranno operati in totale 35 feti.
Il progetto, finanziato con 9 milioni di dollari dal
California Institute for Regenerative Medicine, è iniziato con lo studio delle potenzialità delle cellule staminali mesenchimali, estratte direttamente dalla placenta, nel favorire il completamento della fusione della colonna vertebrale. Una volta fatte crescere e trattate in laboratorio su un supporto biocompatibile che assomiglia a un cerotto, le staminali sono pronte per essere posizionate sulla colonna vertebrale del feto quando ancora esposta, priva di rivestimento cutaneo, dove possono esplicare la loro funzione riparativa.

Spina bifida, verso una cura attraversando una lunga serie di preliminari

Negli anni scorsi, il team della Farmer ha condotto diversi esperimenti sugli animali, in particolare pecore e cani bulldog inglesi, molto soggetti alla spina bifida. Visti gli ottimi risultati ottenuti (i cuccioli si sono sviluppati normalmente, senza alcuna disabilità), si è deciso di passare ai primi test nell’uomo, e si è arrivati così ai primi tre bambini, che hanno già compiuto un anno.

Dal punto di vista tecnico, la procedura impegna una quarantina di specialisti e dura, nella fase finale, quattro giorni, necessari per prelevare le cellule staminali della madre, farle crescere sul supporto e poi impiantarle chirurgicamente nel feto. L’intervento prevede una piccola incisione nell’utero, la manipolazione del feto fino ad avere a disposizione la colonna, l’inserimento del “cerotto” di staminali, e la chiusura. Ognuna di queste delicatissime fasi può fallire o subire imprevisti come una contaminazione, e va quindi condotta da professionisti con il massimo grado di specializzazione, capaci di lavorare per molte ore e nelle diverse fasi in team.

Ma se tutto va per il verso giusto, come è accaduto quando l’équipe californiana è intervenuta su una donna di nome Emily, operata in anestesia generale quando era alla venticinquesima settimana di gestazione, il risultato è Robbie, una bambina che, appena nata (con parto cesareo, alla trentacinquesima settimana), ha subito iniziato a scalciare: un gesto semplicissimo e spontaneo che però, spesso, i bambini con la spina bifida purtroppo non riescono a fare, perché hanno una paresi agli arti inferiori. Quei calcetti hanno riempito di gioia e di speranza tanto i genitori quanto il team, anche se sarà comunque necessario effettuare una lunga serie di controlli per verificare come starà davvero Robbie. Per il momento, tutto va per il meglio.

Il ruolo decisivo delle staminali

Diana Farmer, nei primi anni duemila, aveva già fatto compiere un passo in avanti molto significativo ai bambini con spina bifida, dimostrando che era possibile operarli in utero (prima donna chirurga fetale al mondo). I piccoli nascevano così ugualmente compromessi, e dipendenti dalla sedia a rotelle, ma in condizioni nettamente migliori rispetto ai bambini sui quali non si interveniva chirurgicamente, o si interveniva nei primi mesi di vita.

Ma laggiunta del cerotto” di staminali rappresenta un forte salto di qualità, secondo i ricercatori, e potrebbe sconfiggere quasi del tutto la malattia, facendo nascere bambini destinati ad avere normali funzionalità.
I bimbi operati a Davis verranno seguiti fino ai sei anni, con un controllo ogni sei mesi, per stabilire che tipo di mobilità staranno acquisendo. I primi risultati, come dicevamo, lasciano ben sperare.