Quando si parla di caregiver familiari si pensa quasi sempre agli adulti. Ma sono migliaia i giovani caregiver: bambini, bambine e adolescenti che ogni giorno assistono un genitore, un fratello o un nonno. Chi sono, quanto sono diffusi e quali sostegni possono davvero aiutarli a crescere restando anche bambini?
Quando si parla di caregiver familiari, l’immaginario collettivo richiama quasi sempre una figura adulta: un coniuge che assiste il partner malato, una figlia o un figlio che si prende cura di un genitore anziano, un familiare che affianca una persona con disabilità. I profondi cambiamenti demografici e sociali degli ultimi decenni – dall’invecchiamento della popolazione all’aumento delle patologie croniche, dalla riduzione delle reti familiari all’insufficienza dei servizi di assistenza – hanno progressivamente ampliato il ricorso alla cura informale, rendendola un pilastro spesso invisibile dei sistemi di welfare.
In molte famiglie, il carico assistenziale grava oggi sulla cosiddetta "generazione sandwich", costituita da adulti che si trovano contemporaneamente a sostenere i figli e a prendersi cura di genitori anziani o altri familiari non autosufficienti. Quando questo equilibrio diventa difficile da sostenere, anche i figli possono essere progressivamente coinvolti nelle attività di cura, assumendo responsabilità che vanno ben oltre quelle normalmente associate alla loro età.
Tuttavia, quando si parla di caregiving familiare, molto più raramente si pensa a bambini, bambine e adolescenti, oggi definiti young carers, che affiancano i familiari nelle attività di assistenza quotidiana. Eppure, uno studio pubblicato sull’International Journal of Care and Caring, condotto in sei Paesi europei (Italia, Paesi Bassi, Slovenia, Svezia, Svizzera e Regno Unito), su 7.146 adolescenti tra i 15 e i 17 anni ha individuato 2.099 giovani coinvolti in attività di cura, suggerendo che quasi tre ragazzi su dieci svolgano qualche forma di assistenza nei confronti di un genitore, di un fratello, di un nonno o di un altro familiare (Lewis et al., 2023).
Chi sono i giovani caregiver
Comprendere chi siano i giovani caregiver, quali responsabilità assumano e quali conseguenze derivino dall'esperienza di cura rappresenta il primo passo per interrogarsi su quali strumenti possano sostenerne il ben-essere. Tra questi, la partecipazione culturale può rappresentare uno spazio di espressione, riconoscimento e costruzione di relazioni significative, capace di offrire un importante contrappeso a esperienze che spesso comportano isolamento e un’assunzione precoce di responsabilità.
Secondo il rapporto The situation of young carers in Europe, con l’espressione young carers si indicano bambini, bambine e adolescenti che prestano regolarmente assistenza pratica, sostegno emotivo o altre forme di cura a un familiare con problemi di salute, disabilità, disturbi mentali o dipendenze. Ciò che distingue questa esperienza dalle normali forme di collaborazione alla vita domestica è il livello di responsabilità richiesto, spesso paragonabile a quello assunto da un caregiver adulto (Goodger & Kennedy, 2024).
Le diverse attività di cura dei giovani caregivers
Dietro questa definizione si nasconde tuttavia una realtà estremamente eterogenea, poiché non tutti i giovani caregiver svolgono le stesse attività né dedicano lo stesso tempo alla cura. Alcuni offrono soprattutto sostegno emotivo a un genitore che vive una condizione di disagio psicologico; altri si occupano della gestione della casa o della preparazione dei pasti; vi sono poi i cosiddetti sibling carers, che affiancano quotidianamente un fratello o una sorella con disabilità, una malattia cronica o altri bisogni assistenziali, assumendo compiti di accompagnamento, supervisione e supporto. Altri ancora partecipano direttamente ad attività di assistenza sanitaria o personale, arrivando talvolta ad aiutare il familiare nelle attività quotidiane più intime, come lavarsi o vestirsi.
Questa eterogeneità riflette anche la mancanza di dati armonizzati a livello europeo e la forte variabilità delle stime. Se le rilevazioni riportate dal Parlamento europeo suggeriscono che tra il 4% e il 10% dei minori europei svolga attività di cura significative, alcune indagini basate sull’autovalutazione dei ragazzi restituiscono percentuali molto più elevate, arrivando a identificare situazioni di caregiving in oltre un adolescente su cinque.
Sebbene le dimensioni del fenomeno restino difficili da quantificare con precisione, la letteratura evidenzia che nella maggior parte dei Paesi esaminati tra il 60% e il 70% dei giovani caregiver identificati è costituito da ragazze, suggerendo come le aspettative sociali e culturali legate alla cura continuino a influenzare fin dalla giovane età la ripartizione delle responsabilità all’interno delle famiglie.
Perché i giovani caregiver restano invisibili?
La scarsa visibilità sociale rappresenta un ulteriore ostacolo alla misurazione del fenomeno. Molti giovani non si riconoscono come caregiver e tendono a considerare le attività di assistenza come una normale componente della vita familiare, mentre insegnanti, operatori sanitari e servizi sociali spesso non dispongono degli strumenti necessari per individuare tempestivamente queste situazioni. Il risultato è che una parte significativa dei giovani caregiver rimane invisibile.
A ciò si aggiunge un riconoscimento istituzionale ancora limitato e, pur con differenze significative tra i diversi contesti nazionali, i sistemi di welfare faticano ancora a riconoscere i bisogni di questi giovani e a tradurli in interventi strutturati e continuativi.
L’impatto psicologico e sociale del caregiving in età evolutiva
L’adolescenza rappresenta una fase cruciale dello sviluppo, durante la quale la costruzione dell’identità, l’autonomia e le relazioni con i pari assumono un ruolo centrale. L’assunzione di responsabilità di cura può però modificare profondamente questo percorso, richiedendo ai giovani caregiver di conciliare gli impegni scolastici, la vita sociale e la crescita personale con compiti assistenziali complessi.
Per comprendere meglio l’impatto di questa esperienza, uno studio condotto nella Svizzera tedesca su oltre 2.500 adolescenti tra i 15 e i 21 anni ha confrontato tre gruppi di giovani: caregiver, ragazzi e ragazze che vivevano con un familiare affetto da problemi di salute ma senza svolgere attività di cura significative e coetanei provenienti da famiglie senza particolari problemi sanitari (Wepf & Leu, 2022). I risultati mostrano che i giovani caregiver presentano livelli significativamente più elevati di stress percepito rispetto a entrambi i gruppi di confronto, anche dopo aver considerato variabili quali genere, situazione economica e stabilità familiare, suggerendo che il ruolo di cura rappresenti un fattore di pressione aggiuntivo rispetto alla sola presenza della malattia in famiglia.
Il peso della cura sul benessere mentale
Lo studio evidenzia inoltre che livelli inferiori di ben-essere non dipendono esclusivamente dall’assunzione del ruolo di caregiver, ma anche dal contesto in cui la cura si svolge. Crescere in una famiglia segnata da una malattia cronica, da difficoltà economiche o da altre condizioni di instabilità, vivendo quotidianamente in un ambiente caratterizzato da fragilità e preoccupazioni costanti, rappresenta infatti un fattore di rischio indipendente per la salute mentale degli adolescenti. Tuttavia, gli autori sottolineano che il disagio non costituisce una conseguenza inevitabile dell’esperienza di cura, ma può essere significativamente attenuato quando i giovani caregiver vengono riconosciuti, ascoltati e sostenuti attraverso interventi adeguati.
Prendersi cura di chi si prende cura
Queste evidenze trovano riscontro anche nelle più recenti iniziative promosse dal Carers Trust, una delle principali organizzazioni del Regno Unito impegnate nel sostegno ai caregiver e nella tutela dei diritti dei giovani caregiver, che in occasione dello Young Carers Action Day 2025 ha richiamato l’attenzione sull’urgenza di rafforzare politiche e servizi capaci di sostenere la salute mentale dei giovani caregiver (Carers Trust, 2025). Il peso delle responsabilità assistenziali lascia spesso poco spazio alla socializzazione, al tempo libero e alle attività ricreative, elementi fondamentali per uno sviluppo equilibrato. Molti giovani caregiver riferiscono infatti di sentirsi invisibili e di non riuscire a trovare il tempo per coltivare amicizie, hobby e interessi personali, mentre il continuo equilibrio tra scuola, cura e bisogni della famiglia può alimentare stress, ansia, senso di colpa e isolamento sociale. Per questo il Carers Trust evidenzia la necessità di garantire un accesso tempestivo al supporto psicologico, ma anche opportunità concrete di svago, riposo e partecipazione alla vita della comunità, riconoscendo che concedere ai giovani caregiver la possibilità di “prendersi una pausa” dalla cura rappresenta una componente essenziale del loro ben-essere e del loro sviluppo personale.
Cosa protegge la salute mentale dei giovani caregiver?
Accanto agli interventi di sostegno psicologico e sociale, negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a interrogarsi su quali siano i fattori in grado di promuovere la capacità dei giovani caregiver di adattarsi positivamente a una condizione di vita complessa senza compromettere il proprio sviluppo. Uno studio qualitativo condotto nel Regno Unito su giovani caregiver di età compresa tra i 5 e i 18 anni ha evidenziato come i fattori protettivi non dipendano esclusivamente dalle caratteristiche individuali, ma si sviluppino dall’interazione tra risorse personali, relazioni significative e opportunità offerte dal contesto sociale (Hawken et al., 2024).
Tra gli elementi emersi: la possibilità di esprimere le proprie emozioni attraverso attività creative, il sostegno della famiglia e degli amici, la presenza di figure adulte di riferimento, come insegnanti e professionisti, e la partecipazione ad attività dedicate. Le esperienze promosse dai centri di supporto – tra cui laboratori artistici, escursioni a contatto con la natura e altre attività di gruppo – sono occasioni preziose per condividere esperienze simili, dedicare tempo ai propri interessi e, soprattutto, continuare a vivere pienamente la propria infanzia e adolescenza.
L'esperienza italiana di Impressions of Humanity
In Italia, il progetto Impressions of Humanity, promosso da Fondazione MSD in collaborazione con RUFA – Rome University of Fine Arts e Fondazione Pastificio Cerere, rappresenta un esempio di come le evidenze scientifiche possano tradursi in un intervento concreto di welfare culturale. Attraverso il linguaggio dell’arte, il progetto valorizza strumenti di ascolto, riconoscimento e partecipazione, contribuendo sia a sensibilizzare la comunità sia a dare voce ai giovani caregiver. L’iniziativa nasce dai risultati della prima indagine nazionale sui giovani caregiver, realizzata nel 2025 da Eikon Strategic Consulting insieme ad alcune delle principali associazioni italiane di pazienti e caregiver, che ha coinvolto 115 giovani tra i 18 e i 30 anni provenienti da 17 regioni italiane. L’indagine ha evidenziato un carico assistenziale spesso intenso e prolungato: il 59% dei partecipanti presta assistenza da oltre un anno, il 40% dedica alla cura da una a tre ore al giorno e il 66% considera il proprio ruolo molto impegnativo. Tra i bisogni maggiormente espressi emergono il supporto nella gestione dello stress e delle emozioni e il riconoscimento sociale e istituzionale del ruolo di caregiver.
Quando arte e ricerca diventano welfare culturale
A partire da queste evidenze, Impressions of Humanity ha trasformato emozioni, esperienze e narrazioni raccolte dalla ricerca in opere artistiche realizzate dagli studenti della RUFA, anche attraverso l’impiego dell’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di rendere visibile una realtà ancora poco conosciuta e promuovere una maggiore consapevolezza pubblica sul valore e sulla complessità dell’esperienza di cura. Il valore dell’iniziativa è stato riconosciuto dalla XIII edizione del Premio Cultura + Impresa, che nel 2026 ha conferito al progetto la Menzione Speciale “Wellbeing in Arts”, premiandone la capacità di integrare ricerca, arte, innovazione tecnologica e welfare culturale per affrontare un tema di grande rilevanza sociale.
Una responsabilità da condividere
Riconoscere i giovani caregiver significa anzitutto rendere visibile una realtà ancora troppo spesso nascosta e comprendere che dietro una quotidianità apparentemente ordinaria possono celarsi responsabilità che incidono profondamente sui percorsi di crescita. Costruire comunità capaci di riconoscere e sostenere chi si prende cura degli altri significa condividere il peso della cura, perché non ricada soltanto sulle famiglie e, soprattutto, sui più giovani.
A cura di Catterina Seia (Presidente CCW – Cultural Welfare Centre) e Elena Rosica ( Cultural Welfare Center (CCW), Research Area).
Per approfondire:
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Catterina Seia e Elena Rosica, Curare i curanti attraverso le arti, 27 marzo 2026
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Catterina Seia e Elena Rosica, Prescrizione sociale: strategie integrate per la salute mentale degli adolescenti, 31 luglio 2025
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Catterina Seia e Elena Rosica, L’epidemia della solitudine: una fragilità collettiva, 30 maggio 2025
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Catterina Seia, Giovani. L’espressione creativa come antidoto alla depressione, 30 gennaio 2024


