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Catterina Seia26 giu 20268 min read

I giovani NEET tra vulnerabilità e risposte possibili

I giovani NEET tra vulnerabilità e risposte possibili
12:39

I giovani NEET – che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso formativo (Not in Employment, Education or Training) – sono tornati ai livelli pre-pandemici (Eurostat, 2024).
Restano però una fascia numericamente rilevante, con forti implicazioni sociali, economiche e di salute.

La riduzione del tasso dei NEET è una priorità dell’European Pillar of Social Rights Action Plan. L’obiettivo: portare entro il 2030 sotto il 9% la quota di giovani tra i 15 e i 29 anni fuori dal mondo del lavoro e dai percorsi di istruzione o formazione. 

Chi sono i giovani NEET: la definizione

Una scoping review pubblicata nel 2024 sulla concettualizzazione della condizione dei NEET, condotta da Claudia Petrescu e Bogdan Voicu (Romanian Academy) e da Christin Heinz-Fischer e Jale Tosun (Heidelberg University), evidenzia che il riferimento più utilizzato nella letteratura è quello adottato dall’Unione europea. Inizialmente circoscritta ai giovani tra i 15 e i 24 anni, questa classificazione è stata poi ampliata alla fascia 15-29 per includere anche chi sperimenta una transizione più lenta tra scuola e lavoro. La definizione temporale dello status di NEET si basa invece su un totale di sei mesi – pari a un quarto degli ultimi 24 mesi – trascorsi senza lavoro, istruzione o formazione (Yates et al., 2011).

L'ingresso nella condizione NEET dipende in primo luogo da fattori contestuali: le politiche nazionali a sostegno dell'istruzione, dell'occupazione e del coinvolgimento dei giovani nel mercato del lavoro, i modelli di welfare, le differenze regionali e il divario tra aree rurali e urbane, che generano disuguaglianze a seconda del luogo di residenza. La letteratura mostra però che incidono anche fattori personali, educativi, socio-demografici e familiari, che spesso si combinano tra loro.

Cause dello stato di NEET

  • Il livello di istruzione: rappresenta l’elemento più ricorrente tra i fattori di rischio. Infatti un percorso scolastico fragile, l’abbandono precoce o ripetuti episodi di assenteismo aumentano sensibilmente il rischio di rimanere esclusi sia dal lavoro sia dalla formazione. In diversi paesi, come Italia e Germania, l’uscita anticipata dal sistema educativo è associata sia all’ingresso sia alla permanenza prolungata nello status di NEET.

  • Le competenze di base: svolgono un ruolo rilevante, infatti bassi livelli di alfabetizzazione, scarse abilità trasversali e risultati scolastici modesti tendono a rafforzare la vulnerabilità.

  • Origine etnica e status migratorio: possono influire, soprattutto quando si sommano a condizioni di svantaggio familiare, disoccupazione dei genitori o scarse risorse culturali.

  • Il contesto familiare: i rappresenta un fattore decisivo che passa attraverso instabilità relazionali, trascuratezza, difficoltà economiche o una bassa disponibilità di capitale culturale aumentando il rischio di esclusione e ostacolando la continuità educativa e l’ingresso nel mondo del lavoro, alimentando un circolo vizioso che può consolidarsi nel tempo.

Salute mentale e benessere come fattori di rischio

Un’altra scoping review: Risk Factors of Being a Youth Not in Education, Employment or Training (NEET), pubblicata nel 2023 da Hamed Rahmani e Wim Groot (Maastricht University), conferma che lo stato di salute è un fattore che può esporre maggiormente i giovani alla condizione di NEET. Problemi di salute mentale, bassa percezione di ben-essere nella prima adolescenza, disabilità cognitive o motorie e condizioni croniche possono compromettere la continuità dei percorsi educativi e rendere più complesso l’ingresso nel mercato del lavoro. La ricerca evidenzia inoltre che la disoccupazione prolungata può avere conseguenze psicologiche rilevanti – come l’aumento di scoraggiamento, ansia, depressione ed esclusione sociale – che, a loro volta, possono ridurre ulteriormente la motivazione a cercare un impiego, rafforzando dinamiche di vulnerabilità difficili da interrompere. 

Arte e cultura come leve per contrastare il rischio NEET

In questo scenario, arte e cultura rappresentano leve capaci di offrire ai giovani più vulnerabili spazi di espressione, partecipazione e crescita personale, contribuendo a ridurre isolamento, disimpegno e mancanza di prospettive.

Negli ultimi anni si è consolidata una base di evidenze che collega in modo sempre più solido la partecipazione culturale a migliori esiti sociali, educativi e occupazionali per i giovani. Una recente integrative review mostra che i programmi artistici di comunità favoriscono lo sviluppo di una maggiore coesione sociale, con benefici sulla fiducia e sul senso di appartenenza (Sonke et al., 2024). Evidenze longitudinali dal Regno Unito confermano inoltre che la partecipazione settimanale ad attività giovanili organizzate – incluse quelle artistiche e culturali – è associata a minori assenze scolastiche, migliori esiti formativi e, in alcune coorti, a una maggiore probabilità di ottenere qualifiche e un impiego retribuito nella prima età adulta (DCMS, 2024).

In questa direzione si colloca anche il recente report An evidence-based approach to creating a culture of inclusive opportunity through arts and creativity (Child of the North, Centre for Young Lives, 2025), che mostra come arte e cultura esercitino un potere trasformativo sul percorso dei giovani, migliorando l’apprendimento, rafforzando le competenze trasversali, contrastando l’isolamento e ampliando gli orizzonti possibili.

Tali benefici risultano particolarmente rilevanti per i giovani a rischio di diventare NEET, poiché incidono sui fattori scolastici, psicologici e sociali che alimentano vulnerabilità e disconnessione dai percorsi formativi e occupazionali. Il report sottolinea anche la necessità di integrare arte e cultura come pilastri di un sistema educativo più equo e stimolante, capace di offrire ai giovani esperienze significative e di contrastare allo stesso tempo l’inattività e l’iperstimolazione digitale. Due fenomeni che indeboliscono la costruzione di interessi stabili e la partecipazione comunitaria.

I NEET in Italia: risultati e prospettive del progetto C.O.P.E.   

In Italia la quota dei giovani NEET tra i 15 e i 29 anni si attesta al 15,2% nel 2024 (fonte Istat “Livelli di istruzione e ritorni occupazionali” dicembre 2025): un valore nettamente superiore alla media dell’Unione europea (11,2%), superata soltanto dalla Romania (19,4%) e con percentuali maggiori rispetto a Spagna (12,0%), Francia (12,5%) e Germania (8,7%).

Rispetto al mercato del lavoro, i NEET presentano condizioni diverse: circa due terzi risultano disoccupati, mentre il 33,9% è inattivo. Nel Mezzogiorno, il 73,8% dei NEET dichiara interesse per il lavoro, segnalando la carenza di opportunità occupazionali nell’area: qui si concentra anche la quota più elevata di giovani in cerca di lavoro da almeno 12 mesi, che rappresentano il 52,8% dei NEET disoccupati, a fronte del 26,1% nel Nord e del 31,2% nel Centro.

Il modello C.O.P.E.: prescrizione sociale e coinvolgimento dei giovani  

In questo quadro emerge l’ampiezza del fenomeno e la necessità di interventi capaci di intercettare giovani che spesso non raggiungono i servizi formativi e occupazionali attivi sul territorio o non vi trovano risposte adeguate. Si inserisce qui il progetto C.O.P.E. (Capabilities, Opportunities, Places and Engagement), finanziato dalla Commissione dell’Unione Europea nell’ambito del programma per l’occupazione e l’innovazione sociale EaSI – Employment and Social Innovation. Multicentrico, attivo tra il 2022 e il 2024, ha coinvolto un partenariato internazionale con sette organizzazioni provenienti da quattro Paesi europei: Italia, Portogallo, Croazia e Regno Unito, sotto il coordinamento della Provincia Autonoma di Trento.

Basato sul modello della prescrizione sociale, si è rivolto a giovani in condizione di NEET tra i 15 e i 34 anni da almeno un mese, comprendendo sia ragazzi già seguiti dai servizi sia giovani “off the radar”, difficili da raggiungere per ragioni ambientali, sociali o personali. Per l’Italia erano stati previsti 300 partecipanti, distribuiti nei tre territori pilota: Trentino, Mestre e Bologna, dove l’implementazione del modello ha richiesto alcune innovazioni rilevanti. Sono state ampliate le fonti di invio – servizi sanitari e sociali, centri per l’impiego, scuole ed enti educativi – ed è stato fortemente promosso l’auto-invio, con la possibilità per i genitori di segnalare i minorenni.

I link worker e i percorsi personalizzati di inclusione

Parallelamente, è stata sviluppata una rete di operatori di collegamento -link worker- provenienti da settori diversi: pubblico, privato e terzo settore. In Italia sono stati attivati 48 professionisti con background educativi, psicologici, riabilitativi e sociali, che hanno sviluppato con i giovani percorsi personalizzati, generalmente articolati in otto-dieci incontri e orientati alla definizione di obiettivi concreti e realistici.

Le azioni attivate hanno riguardato cinque ambiti principali: inserimento lavorativo, percorsi formativi e tirocini, sostegno scolastico, attività di socializzazione e ri-socializzazione, promozione della salute e del ben-essere fisico e mentale. Le attività previste nei piani personalizzati sono state realizzate mobilitando le risorse della comunità, incluse realtà culturali, associative ed educative, così da offrire ai partecipanti opportunità diversificate e accessibili in base ai loro bisogni. Nel complesso, il progetto ha intercettato 451 giovani nei territori italiani, superando l’aspettativa iniziale. Tra questi, 109 si sono auto-inviati (o sono stati inviati dai genitori), confermando la percezione del progetto come intervento accessibile e non stigmatizzante.

Risultati e impatto del progetto 

I risultati della ricerca, condotta da Universidade NOVA de Lisboa e University of East London, dimostrano l’efficacia dell’approccio: all’inizio del progetto quasi il 47% dei partecipanti italiani riportava un problema di salute mentale, mentre al termine dei percorsi si è osservato un miglioramento statisticamente significativo del ben-essere mentale (n = 150; 95% CI; p < 0,05) e una riduzione del disagio psicologico, con effetti più marcati tra i giovani con livelli di ben-essere inizialmente più bassi e nella fascia 16–24 anni. Tre giovani su quattro hanno incontrato il proprio link worker almeno una volta al mese e oltre il 54,4% ha ricevuto più di una forma di supporto.

Dal punto di vista economico, l’impatto è risultato altrettanto positivo: per ogni euro investito, il valore generato è stato stimato tra 4,27 e 5,36 euro.

Il progetto prosegue con un nuovo sviluppo: a novembre 2025, la Giunta provinciale della Provincia Autonoma di Trento ha approvato C.O.P.E.+, evoluzione del progetto europeo, con un carattere multi-professionale per promuovere l’inclusione sociale e il ben-essere di persone in condizioni di fragilità socio-sanitaria, educativa, relazionale e occupazionale, consolidando l’approccio della prescrizione sociale come strumento operativo per i servizi territoriali.

A cura di Catterina Seia (Presidente CCW – Cultural Welfare Centre), Elena Rosica ( Cultural Welfare Center (CCW), Research Area) e Paola Zanini e Brunella Manzardo (Dipartimento Educazione Castello di Rivoli)

 


Per approfondire: 

 

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Catterina Seia
Co-Founder e Presidente CCW-Cultural Welfare Center; Co-Founder e Vice-Presidente della Fondazione Fitzcarraldo; Vice-Presidente della Fondazione Medicina a Misura di Donna