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I bioingegneri dell’Università di Cambridge (Gran Bretagna) sono riusciti in un’impresa ardita, dal punto di vista tecnologico: realizzare, con l’aiuto di una stampante in 3D, una mano robotica che riesce a suonare il pianoforte, sia pure in modo rudimentale. Il traguardo è descritto in un articolo pubblicato sulla rivista Science Robotics, e illustrato in un video nel quale la mano esegue, tra le altre melodie, una canzone di Natale.

La mano, stampata con alcuni componenti artificiali molto simili a quelli degli arti umani – quali tendini, muscoli e ossa – e poi connessa a un computer che ne governa l’attività, muove solo il polso, cioè esercita un movimento chiamato passivo, ma la sua capacità di rotazione e in generale di movimento è talmente fine da poter riprodurre alcuni tipi di melodie, tra le quali lo staccato e il Iegato, ben note ai musicisti.

La mano è uno dei punti di maggiore complessità del corpo umano, e il suo movimento dipende dal coordinamento tra le reazioni del cervello, le elaborazioni delle sensazioni (per esempio dell’udito e della vista) e il corretto funzionamento delle parti meccaniche (tendini, muscoli e così via): un insieme complicatissimo, tanto che alcuni studiosi parlano di “cervello incorporato” per descrivere una sorta di intelligenza capace di regolare (in modo parzialmente indipendente) tutte le azioni necessarie. Per questi motivi riprodurre movimenti fini come quelli necessari per suonare uno strumento è stato sempre considerato un obiettivo assai ambizioso, se non irraggiungibile.

Ora, però, il lavoro degli ingegneri britannici apre le porte a nuove vie, che risulteranno utili anche per la progettazione di robot analoghi, ma dedicati, per esempio, ad azioni mediche di elevata precisione, o a scopi industriali.

Attualmente, come dicevamo, il suono della mano artificiale realizzata a Cambridge è determinato solo dal moto (molto sofisticato, peraltro) del polso, che permette di pilotare le dita sul tasto giusto, e con il “peso” giusto. Ulteriori sviluppi importanti sono già allo studio, per ottenere, in un prossimo futuro, il movimento completamente autonomo delle dita, cioè attivo.

neuroni astrociti oligodendrocita microgliaFoto laffi hanari morin ted