Paolo Rossi Castelli 24 marzo 2022 17 min

Il cervello vive 30 secondi dopo la morte

Inattesa scoperta di un team internazionale, esaminando i risultati di un elettroencefalogramma eseguito su un anziano paziente, che è deceduto all’improvviso per un infarto mentre era in corso l’esame.

Che cosa accade nel cervello quando si passa dalla vita alla morte? Che base fisiologica hanno i racconti di chi vive esperienze cosiddette di pre morte, accomunate da tratti molto simili ma secondo alcuni esperti frutto solo di suggestione?

A queste domande inizia a rispondere uno studio – frutto del caso – appena pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Aging Neuroscience da un’équipe internazionale di ricercatori.

Tutto ha avuto inizio, come dicevamo, per una fortuita coincidenza: i neurologi stavano infatti registrando lelettroencefalogramma (EEG) di un paziente di 87 anni che si era presentato al pronto soccorso dopo una caduta ed era poi stato operato d’urgenza per “decomprimere” un ematoma cerebrale interno. Mentre era in corso l’EEG l’uomo ha avuto un improvviso infarto ed è deceduto.

Le registrazioni dell’elettroencefalogramma sono però andate avanti, per un totale di 15 minuti tra prima e dopo la morte. Concentrandosi sui 30 secondi precedenti e sui 30 successivi al decesso, i ricercatori hanno descritto un quadro molto specifico, che mostrava un andamento con modificazioni dei tracciati (in particolare delle onde cosiddette gamma, ma anche delle alfa, beta e theta) del tutto simili a quelle che si misurano in persone che sognano, oppure vivono dei flashback, o elaborano ricordi o, meditano.

Pre morte: un riepilogo della vita?
Le onde emesse dal paziente deceduto farebbero quindi pensare che, subito prima dell’arresto del battito cardiaco e fino a 30 secondi dopo, nel cervello si attivino esperienze come quelle riferite da molti sopravvissuti a situazioni di pre morte, e cioè ricordi e visioni della propria vita, di solito positive.

Tuttavia – sottolineano gli studiosi – è ovvio che è impossibile, dalle sole onde, stabilire che tipo di pensieri si formino, e comunque l’elaborazione dei ricordi è del tutto soggettiva. Inoltre, l’anziano paziente esaminato dall’équipe internazionale aveva un cervello sofferente per il trauma legato alla caduta, e per una serie di attacchi di epilessia “indotti” dall’intervento neurochirurgico: quindi potrebbe avere reagito in un modo non usuale.

Comunque sia, “nonostante l'influenza della lesione neuronale e del gonfiore” – scrivono gli studiosi – “i nostri dati forniscono la prima prova che il cervello umano morente, in un ambiente clinico di terapia intensiva non sperimentale (insomma, nella vita reale), può possedere la capacità di generare attività coordinata durante il vicino periodo di morte”.

Test sugli animali confermano
Anche un altro esperimento, in verità – effettuato 9 anni fa negli Stati Uniti sui ratti, e concentrato sempre sui 30 secondi a cavallo del decesso – aveva mostrato lo stesso identico tipo di tracciato. È dunque possibile, suggeriscono gli studiosi, che esista un meccanismo neurologico conservato lungo lEvoluzione, fino agli esseri umani, e specifico per i momenti che precedono e seguono la morte.

I ricercatori hanno tentato inutilmente di ottenere altre registrazioni con l’elettroencefalogramma nel momento preciso della morte, assistendo i malati terminali. Il loro auspicio, comunque, è che lo studio pubblicato su Frontiers in Aging Neuroscience possa stimolare altri colleghi che dovessero trovarsi in situazioni analoghe a registrare, e poi a confrontare quanto osservato.

Solo ampliando la casistica si potrà dire qualcosa di più certo. In ogni caso, anche se non è ancora dimostrabile l’ipotesi che chi sta morendo riviva la propria esistenza in modo positivo (un’idea che, in qualche modo, può essere consolante per noi), da oggi è forse meno astratta, e più possibile.

 

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Paolo Rossi Castelli

Giornalista dal 1983, Paolo si occupa da anni di divulgazione scientifica, soprattutto nel campo della medicina e della biologia. È l'ideatore dello Sportello Cancro, il sito creato da corriere.it sull'oncologia in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi. Ha collaborato per diversi anni con le pagine della Scienza del Corriere della Sera. È fondatore e direttore di PRC-Comunicare la scienza.