Paolo Rossi Castelli 8 settembre 2022 19 min

Contro la malaria: il nuovo anticorpo monoclonale

È stato sviluppato negli USA dall’istituto diretto da Anthony Fauci il nuovo anticorpo monoclonale per prevenire la malaria. Blocca una proteina necessaria al plasmodio (l’elemento infettante, trasmesso dalle zanzare anofele) per entrare nelle cellule della pelle.

La lotta contro la malaria sembra vicina a sviluppi importanti: uno studio coordinato negli Stati Uniti dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (l’istituto diretto da Anthony Fauci) suggerisce infatti che la strategia più efficace per arginare questa malattia così difficile passi attraverso un nuovo anticorpo monoclonale, che potrà affiancare i vaccini.
I risultati della ricerca sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine, una delle più importanti riviste mediche del mondo.

La malaria è una malattia veicolata – soprattutto nei Paesi della fascia tropicale e subtropicale – dalle zanzare del genere anofele, che ne trasmettono l’agente infettivo, un microrganismo chiamato plasmodio. Il ciclo vitale di quest’ultimo è estremamente complesso e prevede numerose fasi, con passaggi cruciali sia nell’uomo che nella zanzara, e con riproduzioni asessuali e sessuali.

Questo ha sempre reso difficilissimo interrompere la catena degli eventi che si verificano dopo la puntura (c’è quasi sempre un plasmodio, in fasi diverse del ciclo, che riesce a sopravvivere, a sviluppare resistenza e a riprodursi). Ciò spiega perché i farmaci, finora, abbiano sempre dato risultati insoddisfacenti, e perché ben 240 milioni di persone siano state infettate l’anno scorso nel mondo e centinaia di migliaia siano morte.

Una strategia vincente contro la malaria

Per trovare una soluzione, gli infettivologi statunitensi hanno puntato su un approccio diverso da quello classico, andando a esaminare gli anticorpi presenti nel sangue di un volontario che aveva ricevuto un vaccino anti-malaria sperimentale, e aveva risposto particolarmente bene alla malattia.

Fra i tantissimi anticorpi presenti nel sangue, i ricercatori ne hanno selezionato uno, chiamato L9, che è sembrato promettente, perché è diretto contro una delle proteine (CSP-1) assolutamente necessarie al plasmodio per attraversare la cute. Da lì, poi, il microrganismo si lascia trasportare dal sangue e arriva nel fegato, dove è molto più difficile fermarlo. Dunque, utilizzare l’anticorpo L9 potrebbe diventare una strategia vincente, secondo i ricercatori, per impedire al plasmodio di diffondersi.

Sempre al National Institute of Allergy and Infectious Diseases, l’anno scorso, era stato sviluppato e sperimentato su un piccolo numero di pazienti anche un altro anticorpo contro la malaria, chiamato CIS43LS. Ma L9 è apparso da due a tre volte più potente, e anche più facile da somministrare, sottocute (mentre CIS43LS va sempre iniettato in vena). Per questo i ricercatori hanno deciso di “mirare” su L9, potenziandolo in laboratorio con tecniche di ingegneria genetica e facendolo poi moltiplicare in gran numero (questo è un anticorpo monoclonale). La versione “rinforzata” di L9, che ha preso il nome “L9LS”, è stata somministrata, in diversi dosaggi, a 17 volontari.

Una volta verificata l’innocuità di questa procedura, in un periodo compreso tra due e sei settimane dopo il trattamento, i partecipanti alla sperimentazione, insieme a persone non trattate, sono poi stati punti cinque volte sul braccio in laboratorio da altrettante zanzare anofele, e quindi infettati, secondo un protocollo utilizzato da decenni presso il National Institute of Allergy and Infectious Diseases, che consente di intervenire precocemente nel caso in cui il farmaco o il vaccino non funzionino, evitando che l’infezione proceda (inutile dire che tutti i partecipanti a questo studio erano volontari).

Protezione contro la malaria molto elevata

Il risultato è stato che il monoclonale ha protetto 15 persone su 17, con un’efficacia, quindi, dell’88%, mentre tutti gli appartenenti al gruppo di controllo (cioè tutti i volontari non trattati), sono stati infettati dalle zanzare (e subito curati, senza complicanze successive e senza sviluppare davvero la malattia).

L’anticorpo si è rivelato efficace anche in quattro dei cinque partecipanti che avevano ricevuto la dose più bassa. La protezione, secondo i calcoli effettuati, durerebbe tra sei mesi e un anno come minimo e questo, secondo Fauci, rappresenterebbe un grande passo in avanti, ad esempio per trattare i bambini, ancora oggi tra le vittime principali della malattia (quelli sotto i 5 anni rappresentano l’80% dei decessi per malaria).

La sperimentazione ora prosegue, anche su bambini dai 5 mesi fino ai 10 anni di età, in Mali e in Kenya, Paesi in cui la malaria è endemica e dove lo scopo del trial è verificare l’efficacia di una o due dosi di anticorpo in un arco temporale di 6-12 mesi. Se i risultati confermeranno i dati della fase 1 (quella sui 17 pazienti) – ha commentato Fauci – si potrebbe avere una sensibile riduzione dei contagi e, soprattutto, della mortalità infantile, e si aprirebbe la via per un nuovo approccio terapeutico potenzialmente assai più efficace, e sfruttabile senza grandi sforzi organizzativi, rispetto a quelli studiati finora.

 

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Paolo Rossi Castelli

Giornalista dal 1983, Paolo si occupa da anni di divulgazione scientifica, soprattutto nel campo della medicina e della biologia. È l'ideatore dello Sportello Cancro, il sito creato da corriere.it sull'oncologia in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi. Ha collaborato per diversi anni con le pagine della Scienza del Corriere della Sera. È fondatore e direttore di PRC-Comunicare la scienza.