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Sagoma di una donna al buio, che si tiene il ginocchio e si inclina all'indietro
Catterina Seia13 feb 20267 min read

Dare ritmo al silenzio. Musica ,danza e arte in carcere

Dare ritmo al silenzio. Musica ,danza e arte in carcere
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Nei contesti detentivi, musica e danza emergono come pratiche capaci di incidere sul ben-essere psicofisico delle persone detenute. Le evidenze scientifiche mostrano come gli interventi artistici, integrati nei percorsi di cura e riabilitazione, possano favorire regolazione emotiva, relazioni e processi di riconoscimento della soggettività.

 

Negli spazi regolati del sistema penitenziario, spesso svuotanti, dove il tempo tende a dilatarsi e le possibilità di espressione personale sono fortemente limitate, le pratiche artistiche assumono un significato esistenziale. L’arte, in quanto linguaggio universale e corporeo, capace di attraversare barriere culturali e relazionali, offre alle persone detenute occasioni di connessione e riconoscimento, per ripensare alla ri-nascita, aprendo spazi di senso in contesti segnati da marginalità, stigma e isolamento.

 

Arte in carcere: musica e danza come pratiche di ben-essere psicofisico  

Le riflessioni di Michel Foucault in Sorvegliare e punire aiutano a comprendere come la detenzione attivi forme di disciplinamento che organizzano i gesti, i ritmi quotidiani e le possibilità di  relazione, trasformando il corpo in uno spazio da controllare. In questo contesto, l’introduzione di pratiche artistiche genera una discontinuità rispetto alla logica punitiva, sospendendone temporaneamente gli effetti. In particolare, la musica e la danza intervengono su ciò che il carcere tende a comprimere – il corpo, la voce e le emozioni – rendendo possibile, attraverso il ritmo, il movimento e il suono, una diversa esperienza di sé e dell’altro, che restituisce soggettività in un contesto che tende a sospenderla.

Negli ultimi anni, un numero crescente di ricerche ha messo in luce il potenziale della musica e della danza come strumenti di ben-essere e inclusione nei contesti detentivi. Queste pratiche si inseriscono in una riflessione più ampia sul ruolo della cultura nei sistemi di welfare e sulle possibilità di integrare interventi artistici nei percorsi di riabilitazione e reintegrazione sociale. Senza sostituirsi alle politiche penitenziarie o ai servizi socio-sanitari, l’arte contribuisce a costruire contesti più umani, relazionali e orientati alla dignità, offrendo alle persone detenute occasioni concrete per riattivare capacità, desideri e competenze inespresse.

Ritrovarsi attraverso la musica

Nei contesti detentivi, il ben-essere, inteso come un’esperienza multidimensionale che comprende emozioni positive, soddisfazione, percezione di significato e senso di autonomia, risulta fortemente compromesso, contribuendo spesso all’insorgenza o all’aggravamento di condizioni di salute mentale.

Secondo i dati dell’
Organizzazione mondiale della sanità, circa un terzo della popolazione detenuta in Europa soffre di disturbi mentali: un’indagine condotta in 36 Paesi, su oltre 600.000 persone in carcere, evidenzia che i disturbi di salute mentale rappresentano una problematica diffusa, interessando il 32,8% dei detenuti.

La separazione dalla rete familiare e sociale, il rischio di vittimizzazione e le difficoltà di accesso alle cure contribuiscono ulteriormente a indebolire le condizioni di ben-essere, rendendo evidente la necessità di affiancare agli interventi clinici e terapeutici approcci capaci di agire anche sulle dimensioni relazionali ed emotive.

Gli effetti delle pratiche musicali in carcere  

In questo quadro, la letteratura più recente ha iniziato a esplorare il potenziale delle pratiche musicali come dispositivo relazionale e corporeo, capace di attivare processi di espressione, ascolto e regolazione emotiva, con impatti positivi sul ben-essere dei detenuti.

Una scoping review pubblicatanel 2023 e condotta da Vitalis Im e Rogério M. Pinto (School of Social Work, University of Michigan, USA) offre un quadro articolato sugli interventi dicreazione musicale di gruppo realizzati in contesti detentivi – tra cui prigioni, carceri e centri di detenzione per immigrati. La letteratura analizzata comprende esperienze che integrano diverse modalità di trattamento, dalla musicoterapia di gruppo a programmi strutturati ispirati a modelli psicologici e psicosociali, come l’approccio cognitivo-comportamentale, insieme a pratiche musicali partecipative quali improvvisazione, canto e tecniche di rilassamento basate sul suono.

Su un totaledi 55 articoli analizzati, la revisione evidenzia come una parte significativa della letteratura si concentri sugli effetti delle pratiche musicali sulle dimensioni intrapersonali del ben-essere. In particolare, il 38% degli studi esamina gli esiti psicologici della partecipazione musicale, mostrando un consenso diffuso sul potenziale della musica – attraverso pratiche come l’ascolto guidato, la scrittura di canzoni e la musicoterapia – nel favorire socialità, capacità di affrontare l’esperienza detentiva eautostima.

Le evidenze indicano che tali pratiche possono sostenere lo sviluppo di competenze prosociali e relazionali, contribuire alla riduzione di noia e stress legati alla detenzione e rafforzare il senso di validazione personale, con effetti positivi anche sulla regolazione di emozioni come ansia, rabbia e depressione.

Un secondo filone, che riguarda il 41% degli articoli inclusi, mette in luce il ruolo della musica nei processi di costruzione identitaria, evidenziando come lepratiche musicali possano offrire spazi per ripensare identità imposte – come quella esclusiva di “prigioniero” o “criminale”. In questo senso, la musica viene intesa non solo come forma di espressione, ma come processo attraverso cui le identità sociali possono essere apprese e rielaborate.

Gli studi sottolineano inoltre l’importanza di progettare interventi musicali culturalmente informati, sensibili a fattori quali età, provenienza ed etnia, capaci di includere linguaggi musicali significativi per i partecipanti. Pratiche come l’hip-hop o la musica tradizionale indigena emergono come particolarmente rilevanti nel favorire il senso di sé e la costruzione di relazioni comunitarie e collaborative. In questo senso, l’attenzione alla dimensione culturale non rappresenta soltanto una scelta metodologica, ma è una responsabilità etica negli interventi artistici in ambito carcerario.

Il corpo e la danza come spazio di possibilità   

Anche la danza-movimento-terapia (DMT), una pratica che utilizza il movimento come mezzo psicoterapeutico valorizzando la relazione tra corpo ed esperienza emotiva, risulta particolarmente adatta a contesti in cui l’espressione delle emozioni attraverso il linguaggio è limitata. 

Una revisione degli studi pubblicatanel 2025, condotta da un team di ricercatori della Creative Arts and Music Therapy Research Unit dell’University of Melbourne in Australia, evidenzia come interventi basati sulla danza e sul movimento possano contribuire al miglioramento del ben-essere, della qualità della vita e delle capacità relazionali, trovando un’applicazione significativa anche in ambito carcerario.

Gli studi presi in esame hanno adottato approcci riconducibili sia alla DMT sia a interventi basati sulla danza o supratiche affini, caratterizzati da una forte componente espressiva erelazionale. Le attività sono state generalmente condotte da professionisti concompetenze specifiche nel campo della danza, della DMT o delle arti performative, talvolta con background in ambiti quali la psicologia, le arti o lo sport. La durata degli interventi varia tra i 40 e i 90 minuti, con una frequenza di due incontri settimanali e una durata complessiva compresa tra sei e dodici settimane.

I contesti di attuazione hanno incluso strutture carcerarie di diversa tipologia, dai carceri di massima sicurezza a quelli di bassa sicurezza, fino a un ospedale psichiatrico forense ad alta sicurezza. Nonostante le differenze strutturali e istituzionali, gli interventi sono risultati applicabili anche in contesti caratterizzati da elevata complessità e restrizione.

Il ben-essere è un diritto universale: perché l’arte in carcere conta  

Per concludere, lasciando aperta la riflessione sulle molteplici possibilità di applicazione, le evidenze scientifiche indicano che le pratiche artistiche basate sul movimento e sul suono incidono sui processi di regolazione emotiva e di risposta allo stress, contribuendo alla riduzione di stati di sofferenza psicologica particolarmente diffusi nei contesti detentivi.

Tali effetti possono essere ricondotti a specifici meccanismi neurobiologici, che coinvolgono sistemi neurochimici legati alla dopamina, all’ossitocina e alle β-endorfine. Questi sistemi svolgono un ruolo chiave nella modulazione della risposta allo stress, nella regolazione emotiva e nei processi motivazionali, favorendo l’adozione di strategie di coping più adattative e producendo ricadute positive sulla salute mentale, in particolare in contesti di vulnerabilità (Klaperski-van der Walet al., 2025).

In questa prospettiva, interventi artistici quali musica e danza possono essere considerati risorse efficaci, integrabili nei contesti carcerari come strumenti capaci di contribuire alla riduzione delle disuguaglianze di salute e di sostenere il diritto di tutti al ben-essere.

A cura di Catterina Seia (Presidente CCW – Cultural Welfare Centre) e Elena Rosica ( Cultural Welfare Center (CCW), Research Area)

Per approfondire: 

 

 

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Catterina Seia
Co-Founder e Presidente CCW-Cultural Welfare Center; Co-Founder e Vice-Presidente della Fondazione Fitzcarraldo; Vice-Presidente della Fondazione Medicina a Misura di Donna

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