Paolo Rossi Castelli 3 febbraio 2022 18 min

Un marcatore per misurare la depressione

Con un’analisi del sangue è possibile valutare, per ora solo in via sperimentale, l’attività di una molecola-chiave dei disturbi depressivi, e l’effetto delle terapie, senza dover attendere settimane, o mesi.


Trovare un modo per rendere più precisa la diagnosi della depressione maggiore (spesso difficile) e per gestire con più efficacia le terapie farmacologiche di questa malattia. Era questo l’input che ha spinto una équipe di ricercatori dellUniversità dellIllinois (sede di Chicago), coordinata dal neurobiologo Mark Rasenick, a cercare da anni un vero e proprio marcatore dei disturbi depressivi.

Il gruppo di Rasenick si è avventurato in questa strada complessa cominciando dapprima in laboratorio e poi sugli animali, ma adesso ha annunciato sulla rivista Molecular Psychiatry del gruppo Nature, di avere ottenuto risultati positivi anche sugli uomini.

Di cosa si tratta? Per raccontarlo dobbiamo fare un passo indietro. Si sa da tempo che nelle persone depresse funziona meno del dovuto, all’interno delle cellule, un enzima chiamato adenil ciclasi. Semplificando molto, possiamo dire che questo enzima regola la risposta dei neuroni alla serotonina, alla noradrenalina e ad altre molecole (neurotrasmettori) coinvolte nella depressione. Si sa anche che i bassi livelli di adenil ciclasi sono “provocatidal cattivo funzionamento di unaltra proteina, la Gs alfa, che in condizioni normali si sposta dalla membrana esterna delle cellule al loro interno, e così facendo agevola l’ingresso di diversi tipi di ormoni e di neurotrasmettitori, ma nelle persone depresse resta intrappolata, invece, in una matrice ricca di colesterolo della membrana cellulare. E tutto questo impedisce anche all’adenil ciclasi di funzionare al meglio, favorendo i disturbi depressivi.

Molti farmaci cercano proprio di spingere la Gs alfa a “traslocare” dalla membrana esterna cellulare all’interno. Ma come si fa a capire se funzionano, e in quanto tempo?

Qui torniamo agli studi dell’Università dell’Illinois. I ricercatori sono riusciti a identificare e a misurare nelle piastrine del sangue una molecola – un mediatore, in termine tecnico, chiamato PGE1 – che permette di quantificare i movimenti della Gs alfa dalla membrana allinterno delle cellule e, in questo modo, di avere un’idea della presenza o meno di una condizione biologica che giustifica sintomi depressivi, nonché gli effetti delle terapie. È questo, alla fine, il marcatore di cui parlavamo...

Terapie al buio
Da anni, ormai, è noto che circa un terzo dei pazienti non risponde agli antidepressivi e che una parte di coloro che rispondono a questi farmaci diventa, comunque, resistente nel tempo. Così gli psichiatri devono iniziare una cura e poi attendere molte settimane, spesso alcuni mesi, prima di poter dire – attraverso test piuttosto complessise la terapia stia funzionando o meno, e lo stesso avviene quando si instaura una resistenza. In verità accade anche che le persone depresse si rivolgano in prima battuta al medico di base, che non ha a disposizione quei test specifici e può valutare la situazione solo su quanto viene riferito dal paziente: un insieme di difficoltà che rende la cura della depressione complicata, non di rado fallimentare, oltretutto con marcati effetti collaterali.

Per verificare laffidabilità del loro marcatore, gli studiosi americani hanno selezionato 49 pazienti con una diagnosi di depressione e una sessantina di persone sane di controllo, e sono riusciti a verificare, attraverso le piastrine, landamento dei movimenti di Gs alfa. Hanno così confermato che, nei depressi, Gs alfa “trasloca” in quantità minori verso l’interno delle cellule rispetto a quello che avviene nelle persone sane. Tra i depressi, 19 sono stati poi avviati a una terapia farmacologica della durata di sei settimane, al termine della quale è emerso che 11 di loro avevano risposto, mostrando un significativo aumento della traslocazione di Gs alfa rispetto a quanto si vedeva in chi non aveva risposto (l’effetto di molti antidepressivi è proprio quello di spingere la proteina Gs alfa a staccarsi dalla membrana e a entrare nelle cellule nervose).
La capacità predittiva del marcatore è risultata dell80%.

Presto al via nuovi test
Si tratta, in tutta evidenza, di un campione molto piccolo, ma i dati ottenuti sembrano incoraggianti, anche perché le oscillazioni del marcatore sono rilevabili con un semplice esame del sangue ogni sette giorni, visto che le piastrine alle quali il marcatore stesso è associato hanno una vita media, appunto, di una settimana.

Ora gli psichiatri di Chicago continueranno con gli approfondimenti e con i test nei volontari, per verificare su campioni più ampi se il marcatore sia un parametro davvero affidabile, da proporre a tutti i medici per aiutarli a diagnosticare la depressione e a consigliare cure realmente efficaci.

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Paolo Rossi Castelli

Giornalista dal 1983, Paolo si occupa da anni di divulgazione scientifica, soprattutto nel campo della medicina e della biologia. È l'ideatore dello Sportello Cancro, il sito creato da corriere.it sull'oncologia in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi. Ha collaborato per diversi anni con le pagine della Scienza del Corriere della Sera. È fondatore e direttore di PRC-Comunicare la scienza.