Paolo Rossi Castelli 16 dicembre 2021 6 min

Contro l’Alzheimer due nuove strategie

A Boston è stato realizzato un vaccino che spinge i linfociti a rimuovere le placche di proteina beta amiloide alterata, tipiche dell’Alzheimer. Un’altra équipe internazionale vuole invece bloccare le forme solubili di questa proteina.

L’Europa, attraverso la sua agenzia EMA, dice no, per ora, all’uso di aducanumab, l’anticorpo monoclonale prodotto dall’azienda americana Biogen per distruggere le placche della proteina beta amiloide alterata che si formano nella demenza di Alzheimer. Aducanumab è invece stato approvato il 7 giugno scorso dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense, nonostante il parere contrario di una parte della commissione chiamata a decidere, e le successive dimissioni di alcuni dei membri della commissione stessa.

La situazione, insomma, appare fluida (bisognerà anche capire in che modo le compagnie di assicurazione americane decideranno di rimborsare questa terapia, molto costosa) e comunque, anche allargando lorizzonte, le diverse altre strategie tentate nel mondo per combattere lAlzheimer si sono mostrate di difficile attuazione, da molti anni ormai. Anche per questo vanno considerate con interesse le notizie che giungono da chi sta cercando di combattere la malattia - attualmente senza terapie efficaci - seguendo nuovi approcci.

In particolare, negli ultimi giorni il Brigham and Womens Hospital di Boston ha annunciato lavvio della prima fase della sperimentazione nelluomo di un vaccino da somministrare per via nasale, punto d’arrivo di ricerche iniziate oltre vent’anni fa, che hanno permesso di accumulare uningente mole di dati preclinici. Il vaccino punta su una classe di molecole chiamate Protollin, estratte da batteri, già utilizzate da anni come immunomodulanti e adiuvanti per altri vaccini. Secondo quanto emerso negli ultimi tempi, queste molecole sarebbero in grado di attivare la risposta immunitaria a livello dei linfonodi sui lati e sul retro del collo, innescando la produzione di linfociti capaci di migrare verso il cervello e di rimuovere le placche di beta amiloide in fase iniziale.

Sperimentazione sugli over 60
Il vaccino verrà sperimentato su 16 persone di età compresa tra i 60 e gli 85 anni che mostrano i primi segni di Alzheimer ma non hanno altre patologie rilevanti, per verificarne la sicurezza e tollerabilità, e iniziare a studiarne la reale efficacia attraverso una dettagliata analisi di ciò che succede nel loro sistema immunitario.

Occhi puntati sulle forme troncate
Sempre nell’ambito delle strategie alternative contro l’Alzheimer si inserisce uno studio pubblicato sulla rivista Molecular Psychiatry, del gruppo Nature, da un’équipe di ricercatori inglesi e tedeschi.

In questo caso l’attenzione è stata focalizzata non sulle placche, ma su una forma solubile della beta amiloide. Come funziona? Nei malati la beta amiloide solubile è presente in forme troncate, più  corte del normale, che si aggregano per dar vita a filamenti che poi si depositano e danneggiano le cellule cerebrali. Per questo i ricercatori hanno pensato di interferire con esse, inibendo la loro aggregazione tramite un anticorpo, che provoca un ripiegamento di queste molecole, trasformandole in una forma mai descritta prima, e potenzialmente molto interessante. I ricercatori hanno studiato la proteina ripiegata, e hanno trovato il modo di stabilizzarla, rendendola così un antigene (un bersaglio) altamente specifico per il sistema immunitario, e dunque facendola funzionare come un vaccino, capace di indurre la formazione di anticorpi naturali.

Due diverse sperimentazioni sugli animali hanno permesso di ottenere chiari segni di miglioramento. Ora gli studiosi cercano partner per iniziare le prime fasi della sperimentazione su volontari.

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Paolo Rossi Castelli

Giornalista dal 1983, Paolo si occupa da anni di divulgazione scientifica, soprattutto nel campo della medicina e della biologia. È l'ideatore dello Sportello Cancro, il sito creato da corriere.it sull'oncologia in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi. Ha collaborato per diversi anni con le pagine della Scienza del Corriere della Sera. È fondatore e direttore di PRC-Comunicare la scienza.