Paolo Rossi Castelli 1 luglio 2021 6 min

Nuovo farmaco blocca in anticipo il virus HIV

Sperimentazione negli Stati Uniti con un anticorpo monoclonale che “inibisce” la proteina utilizzata dal virus per entrare nelle cellule. I risultati sono apparsi sulla rivista Nature Communications.

Una nuova speranza per bloccare in via preventiva il virus HIV, responsabile dell’AIDS, arriva da una sperimentazione eseguita dalla Oregon Health & Science University sui macachi (il virus HIV dei primati non umani, come i macachi appunto, è molto simile - lo ricordiamo - a quello che colpisce gli uomini).

Come riferisce la rivista scientifica Nature Communications, i ricercatori hanno utilizzato un anticorpo monoclonale, chiamato leronlimab, che è riuscito a impedire al virus di “agganciarsi” alle sue cellule-bersaglio (i linfociti T CD4, elementi fondamentali del sistema immunitario) e di infettarle. Nei prossimi mesi verrà avviata una sperimentazione anche sugli uomini.

Il leronlimab si inserisce in quella che negli Stati Uniti viene chiamata PrEP, cioè profilassi preesposizione , consiglia-ta alle persone che hanno rapporti sessuali con persone considerate a rischio.

Anche altri farmaci vengono usati negli USA e nell’Unione Europea, pur fra qualche polemica, a scopo preventivo, però il loro uso “principale” è la cura delle persone che hanno già contratto la malattia. Il leronlimab potrebbe aprire una via nuova, con effetti collaterali molto inferiori, rispetto agli altri.

Ma come funziona questo anticorpo monoclonale?

Cioè un anticorpo del tutto simile a quelli naturali, però costruito, in realtà, grazie a tecniche avanzate di ingegneria genetica.

Bisogna considerare che il virus HIV ha bisogno di una proteina presente sulla superficie delle cellule dell’organismo ospite, per poterle infettare (così come accade, d’altronde, anche per il virus SARS-CoV-2, responsabile del Covid 19). Nel caso dell’HIV, il virus si aggancia a una proteina chiamata CCR5, che si trova sulla parete esterna dei linfociti T CD4.

Ebbene, il leronlimab va a bloccare proprio questa proteina, impedendo quindi al virus di legarsi, e di entrare nelle cellule dell’organismo.

Una circostanza fortunata

Già da tempo l’attenzione era rivolta alla proteina CCR5, proprio per questo suo ruolo di porta d’ingresso per il virus HIV.

La conferma della sua importanza era arrivata, in particolare, quando un paziente, Timothy Ray Brown, era completamente guarito dall’infezione da HIV dopo avere ricevuto un trapianto di midollo osseo per curare un tumore del sangue.

Per pura casualità, Brown aveva ricevuto il midollo di un donatore con una rara anomalia genetica, che inibiva l’espressione (la “produzione”) proprio di CCR5, e questo aveva eliminato l’infezione. Il suo caso aveva avuto una risonanza mondiale, ispirando molti ricercatori e spingendoli a considerare CCR5 come possibile target. Per lo studio pubblicato su Nature Communications gli studiosi della Oregon Health & Science University hanno utilizzato tre gruppi composti da sei macachi ciascuno, e hanno somministrato due diverse dosi dell’anticorpo monoclonale, oppure nessuna terapia.

Quindi hanno messo tutti questi animali a contatto con il virus HIV dei primati (simi-le, come dicevamo, a quello umano). I macachi che avevano ricevuto il dosaggio più alto (50 mg per chilo di peso, ogni due settimane) hanno mostrato una protezione totale, mentre due di quelli che avevano avuto la dose più bassa (10 mg/kg) si sono infettati, così come tutti quelli del gruppo di controllo.

Le prove sugli uomini

Il prossimo passo sono i test nell’uomo, con dosi probabilmente inferiori di anticorpo perché, negli esseri umani, la proteina CCR5 è espressa meno, rispetto a quanto avviene nelle scimmie.

Una sperimentazione sugli uomini, in realtà, è tuttora in corso, con risultati positivi, ma su persone che sono già malate. In questo caso l’anticorpo monoclonale è stato somministrato insieme alla classica terapia antiretrovirale contro l’HIV, mostrando di essere efficace.

Visto l’esito positivo, l’azienda che ha messo a punto il leronlimab, la CytoDyn, ha già sottoposto il dossier alla Food and Drug Administration statunitense (l’ente che regola l’uso dei medicinali negli Stati Uniti) e prossimamente potrebbe chiedere l’estensione dell’indicazione all’uso del leronlimab anche da solo.

Il monoclonale è stato studiato per poter essere autosomministrato a casa, in modo semplice, con cadenze più “lunghe” (e facili da amministrare) rispetto all’uso quotidiano di altre terapie. Dovrà essere la FDA, però, a dare il via libera, come sempre.

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Paolo Rossi Castelli

Giornalista dal 1983, Paolo si occupa da anni di divulgazione scientifica, soprattutto nel campo della medicina e della biologia. È l'ideatore dello Sportello Cancro, il sito creato da corriere.it sull'oncologia in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi. Ha collaborato per diversi anni con le pagine della Scienza del Corriere della Sera. È fondatore e direttore di PRC-Comunicare la scienza.