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due scienziati studiano un cervello su un monitor
Paolo Rossi Castelli14 gen 20264 min read

Un chip nel cervello per ridare la voce ai pazienti

Un chip nel cervello per ridare la voce ai pazienti
3:38

Le FDA statunitense ha autorizzato una sperimentazione su due volontari che hanno perso la capacità di parlare a causa di patologie o lesioni neurologiche. Elettrodi e microchip dell’azienda texana Paradromics verranno impiantati nelle aree cerebrali del linguaggio per interpretare l’attività neurale e convertirla, tramite intelligenza artificiale, in una voce sintetica.



Tutto è pronto per il grande passo. Nei primi mesi del 2026 la texana Paradromics, una delle aziende più avanzate a livello internazionale nel settore delle interfacce cervello-computer (BCI), impianterà un suo dispositivo sperimentale nella testa di due volontari, dopo avere ottenuto lo scorso 20 novembre il via libera da parte delle autorità sanitarie statunitensi (FDA).

L’obiettivo è ambizioso: restituire almeno in parte la capacità di comunicare a persone che non possono più parlare, a causa di malattie e lesioni neurologiche. Ma prima bisognerà capire se l’interfaccia è sicura e se funziona davvero come previsto. 

Come è fatto il chip cerebrale che “ascolta” i neuroni   

Il dispositivo, grande quanto una monetina (7,5 millimetri di diametro), contiene una base piatta da cui partono numerosi piccoli “aculei” rigidi (minuscoli elettrodi in platino e iridio, più sottili di un capello), che penetrano per circa 1,5 millimetri nella corteccia cerebrale e sono in grado di registrare l’attività dei singoli neuroni. Un microchip contenuto nel dispositivo raccoglie poi queste informazioni e le trasferisce, tramite un filo, a un trasmettitore wireless impiantato nel torace, che a sua volta invia i dati all’esterno.

Come riferisce la rivista scientifica Nature, i neurochirurghi inseriranno gli elettrodi nelle zone cerebrali del linguaggio, che controllano labbra, lingua e laringe. In queste aree verranno raccolti i segnali generati dal cervello quando i partecipanti allo studio immagineranno di pronunciare alcune frasi specifiche, suggerite dal team di ricerca.

L'attività neurale verrà analizzata e rielaborata in tempo reale da sistemi di intelligenza artificiale, che la trasformeranno in un testo su uno schermo. I volontari dovranno solo confermare che la frase mostrata sul monitor sia quella realmente pensata.

Se saranno disponibili registrazioni vocali precedenti dei pazienti, l’intelligenza artificiale potrà ricostruire inoltre una voce sintetica personalizzata, restituendo non solo le parole sullo schermo, ma anche l’identità vocale.

Al termine di questi esperimenti, se tutto funzionerà bene, il sistema apprenderà quali schemi di attività neurale corrispondono a ciascun suono vocale. Questo permetterà ai pazienti di recuperare poi la possibilità di “pronunciare” almeno alcune parole, solo pensandole.

Ma il dispositivo potrà (potrebbe) fare molto di più. I ricercatori cercheranno di capire, ad esempio, se lo stesso approccio, e cioè la registrazione dell’attività del cervello durante il pensiero di una certa azione, possa essere valida anche per i movimenti della mano.
In altri termini, si chiederà al paziente di immaginare di muovere il cursore di un computer (la “freccina” sul monitor), tramite un mouse, o altro, e il sistema (l’interfaccia BCI) rileverà l’attività cerebrale legata a queste azioni. Se tutto andrà a buon fine, il paziente arriverà - nelle speranze dei ricercatori - a governare con il pensiero il vero mouse di un computer

Altri esperimenti sono in programma, tranne imprevisti, nella seconda metà del 2026, su un numero maggiore di pazienti (circa dieci). In questa seconda fase, ciascuno riceverà due impianti, per ampliare la capacità di registrazione e accedere a più aree del cervello.

È inutile dire che questi test, nati con finalità di aiuto verso persone con gravi disabilità, aprono anche moltissimi problemi etici: quanto è legittimo leggere nel “pensiero” tramite dispositivi inseriti direttamente nel cervello? Come si potrà evitare che le aziende conservino o analizzino dati cerebrali sensibili? E ancora: si potrà davvero “cancellare” un’informazione neurale registrata? Le domande sono numerose, ma intanto, in attesa delle risposte (che per ora non arrivano), il settore delle BCI cresce con ritmi molto rapidi.

La “concorrenza” di Elon Musk e di altre aziende

Oltre a Paradromics e alla più nota Neuralink di Elon Musk, che ha già 12 pazienti “impiantati”, la rivista Nature cita anche la newyorchese Synchron, che ha sviluppato lo Stentrode: un micro-dispositivo inserito nei vasi sanguigni cerebrali, che registra gli impulsi nervosi “a distanza”. Nei primi test, questi segnali vascolari hanno permesso agli utenti di selezionare alcune azioni con il solo pensiero.

Neuralink punta, invece, su 64 fili flessibili, ciascuno con 16 punti di registrazione, posizionati nelle aree motorie. Grazie al suo chip, i primi pazienti sono riusciti a controllare mani robotiche e computer, con una velocità di trasmissione dei dati giudicata molto elevata. 

La sfida della velocità e della trasparenza

 Nelle BCI, la rapidità con cui il pensiero viene tradotto in un’azione è cruciale. Paradromics sostiene che, in una pecora, il suo impianto abbia trasmesso informazioni venti volte più velocemente rispetto ai concorrenti. 

Secondo il World Economic Forum, oggi nel mondo ci sono 680 aziende e startup impegnate nelle BCI. Il settore, che valeva 1,6 miliardi di dollari nel 2022, potrebbe arrivare a 6,2 miliardi entro il 2030.

La corsa è aperta. E per i pazienti che hanno perso la capacità di parlare, la speranza è che non sia soltanto una gara tecnologica, ma l’inizio di una nuova possibilità di comunicare. Su un altro versante, però, il timore che qualcuno possa fare un cattivo (e pericoloso) uso di questi dispositivi è crescente. Se oggi le BCI servono a interpretare comandi motori o parole pensate, in futuro potrebbero decodificare stati mentali, intenzioni o emozioni. 

 


 

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Paolo Rossi Castelli
Giornalista professionista, Paolo si occupa da molti anni di divulgazione scientifica, soprattutto nel settore della medicina e della biologia. È l'ideatore dello Sportello Cancro, il sito creato da corriere.it sull'oncologia in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi. Ha scritto per le pagine della Scienza del Corriere della Sera e per altre testate nazionali. È fondatore e direttore di PRC-Comunicare la scienza.
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