Paolo Rossi Castelli 13 maggio 2021 6 min

USA, nel miele le tracce dei test nucleari anni ‘50

La rivista Nature Communications pubblica i risultati di uno studio sulla “ricaduta” delle sostanze radioattive lanciate nell’atmosfera dagli esperimenti atomici. Livelli non pericolosi, ma ancora presenti dopo sette decenni.

Le tracce degli esperimenti nucleari compiuti da Stati Uniti, Russia, Francia e altri Paesi, facendo esplodere nell’aria centinaia di testate atomiche durante gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, si possono ritrovare ancora nel miele: la scoperta, inquietante, arriva dai ricercatori dell’Università William & Mary di Williamsburg, in Virginia, che hanno analizzato 122 campioni di miele provenienti da diverse zone degli USA, e hanno poi pubblicato i risultati del loro lavoro sulla rivista Nature Communications. Anche la rivista Science ha ripreso l’argomento.

Le concentrazioni di isotopi radioattivi rilevate nel miele americano sono basse, e ben al di sotto delle soglie di sicurezza per la salute umana, ma la scoperta fa capire, ancora una volta, quanto sia pericoloso condurre test nell’atmosfera con materiali che impiegano decine, o centinaia di anni per degradarsi.

Nel miele, in particolare, sono state trovate tracce di cesio 137, un isotopo radioattivo sempre presente dopo l’esplosione di una bomba nucleare.

Ritrovamento casuale

Il primo campione di miele radioattivo è stato trovato a Raleigh, in North Carolina, sulla costa orientale degli Stati Uniti, quasi per caso.

Il professor James Kaste, autore principale dello studio apparso su Nature Communications, aveva chiesto ai suoi studenti di raccogliere alcuni alimenti utilizzati nelle loro zone, per una misurazione di routine dell’eventuale radioattività presente. Esaminato in laboratorio, però, un barattolo di miele aveva mostrato di contenere cesio 137, appunto, in concentrazioni fino a 100 volte superiori rispetto a quelle trovate in altri tipi di cibo.

Per approfondire, Kaste ha allora deciso di raccogliere e analizzare in modo sistematico un numero più ampio di campioni (122, come dicevamo), provenienti da varie località, e ha trovato che 68 avevano livelli di radiocesio superiori a 0,03 becquerel per chilo. Un campione di miele grezzo della Florida, in particolare, è arrivato fino a 19.

La concentrazione è molto al di sotto del valore-soglia di sicurezza (1.200 becquerel per chilo), ma questo studio dimostra quanto le ricadute nucleari siano persistenti nel tempo, e percorrano grandi distanze, visto che i test erano stati eseguiti per lo più nell’Oceano Pacifico, o in alcuni deserti, lontani migliaia di chilometri.

Con il passare degli anni il cesio, come gli altri isotopi, decade. Verificando i dati relativi a due serie di test condotti sul latte delle stesse zone negli anni ‘70, i ricercatori hanno calcolato che i livelli di cesio 137, all’epoca, erano circa dieci volte più alti di quelli attuali.

E anche nel miele, probabilmente, è accaduta la stessa cosa. «Quello che stiamo misurando oggi - conferma Kaste - è solo un soffio (whiff) di quello che c'era prima».

Colpite anche le api?

La contaminazione, comunque, è ancora presente, sia pure a livelli minimi, e arriva dal cosiddetto fallout, cioè dalla ricaduta di elementi che si disperdono prima nell’atmosfera, e poi arrivano a terra e nelle acque tramite la pioggia, e, da lì, alle piante, quindi alle api.

Il fallout è più alto, però, non tanto nelle zone più piovose (come verrebbe da pensare), ma in quelle con un terreno povero di potassio, come alcune aree della costa orientale degli Stati Uniti.

Perché succede questo?

Avendo assolutamente bisogno di potassio, per vivere - spiegano i ricercatori - le piante si “accontentano” anche del radiocesio, che è solubile in acqua e ha alcune proprietà chimiche simili.

Anche se non ci sono (o non dovrebbero esserci) conseguenze, adesso, sulla salute umana, gli autori si chiedono se ce ne siano state per le api, nel corso dei decenni, e se il cesio radioattivo possa avere contribuito alla loro crisi (provocata soprattutto dai pesticidi usati in agricoltura), e in che misura. Dopo l’incidente di Chernobyl, nel 1986, le api hanno risentito gravemente di quanto accaduto, ma le concentrazioni di elementi radioattivi, in quel caso, erano mille volte superiori.

avatar

Paolo Rossi Castelli

Giornalista dal 1983, Paolo si occupa da anni di divulgazione scientifica, soprattutto nel campo della medicina e della biologia. È l'ideatore dello Sportello Cancro, il sito creato da corriere.it sull'oncologia in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi. Ha collaborato per diversi anni con le pagine della Scienza del Corriere della Sera. È fondatore e direttore di PRC-Comunicare la scienza.