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Il 2019 è l’anno in cui si svolge uno dei film di fantascienza più famosi di sempre, Blade Runner, girato nel 1982 da Ridley Scott. Al di là del fascino dei personaggi e delle ambientazioni, il film rimane impresso nella mente dello spettatore perché esplora la differenza, sempre più sottile, tra umano e artificiale, e tenta di rispondere alla domanda: che cosa rende diverse le persone dai robot?

E’ un tema attualissimo e tutt’altro che banale, perché pone una serie di problemi a livello scientifico, etico e filosofico.

In Blade Runner gli androidi sono dei “replicanti” quasi indistinguibili dagli esseri umani, non solo per l’aspetto, ma perché posseggono due peculiarità di cui tutti noi andiamo giustamente fieri: la nostra intelligenza e la nostra capacità di provare emozioni. Anche loro – come noi – sono in grado di formulare piani e strategie, trovando soluzioni per situazioni nuove che si trovano a dover affrontare; anche loro – come noi – sono capaci di provare grandi emozioni come l’amore, il dolore, l’odio, la compassione, la rabbia e la paura della morte.

Blade Runner sembra quindi suggerire che né l’intelligenza (intesa in senso più ampio rispetto a una mera capacità di calcolo) né la presenza di emozioni siano caratteristiche sufficienti a tracciare una linea di demarcazione netta tra umani e robot. Ma allora, quale può essere la vera differenza che intercorre tra intelligenza umana e artificiale?

Una possibile risposta a questo problema, tuttora aperto, ci arriva da Alessandra Sciutti, ricercatrice all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. In una sua TED Conference intitolata ‘Capire l’uomo progettando robot‘, Sciutti rileva che non esistono ancora robot in grado di collaborare efficacemente con le persone nella vita di tutti i giorni, perché risulta molto difficile stabilire l’interazione uomo-macchina. E non è certo un caso: “Noi nasciamo predisposti per interagire con le altre persone. E questa capacità si sviluppa da subito, velocissimamente. Un bambino a un anno di vita è già bravissimo a collaborare e interagire, senza bisogno di parole”.

Le macchine non riescono a ‘decodificarci’ perché la nostra comunicazione è fatta da una miriade di segnali che sono, per la maggior parte, non verbali. Questo spiega perché, mentre nell’industria elettronica e automobilistica ci sono oramai ampie parti di lavoro interamente demandate ai robot, si incontrano ancora moltissimi ostacoli nello sviluppare applicazioni dell’Intelligenza Artificiale che richiedono di comprendere le intenzioni che guidano le azioni delle persone.

C’è poi un altro aspetto da tenere in considerazione: per noi umani comunicare con i nostri simili è estremamente facile. Paradossalmente, troviamo difficile limitare la comunicazione, soprattutto quella di tipo non verbale, che ha origine inconscia e quindi non è mai completamente controllabile.

La proposta di Alessandra Sciutti è allora quella di trasformare il robot in strumento d’indagine, per capire meglio come comunica l’uomo e attraverso quali meccanismi sensoriali e motori impara a interagire: una nuova prospettiva di ricerca per scienziati e filosofi, che continuano a chiedersi fino a che punto sia possibile replicare artificialmente l’intelligenza umana.

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