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Come va concepita la scienza nel ventunesimo secolo? A questa domanda tenta di rispondere l’opera di Edgar Morin, partendo da alcune evidenze che sono sotto i nostri occhi: quasi tutte le teorie scientifiche del diciannovesimo secolo, a eccezione della termodinamica e della teoria dell’evoluzione, oggi sono obsolete. E la concezione della ‘scienza classica’, fondata su un determinismo assoluto (dunque su un’eliminazione totale del caso) perdura ancora sotto una certa forma nella scienza moderna, ma mostra sempre più la corda.

“All’inizio del ventesimo secolo, la meccanica quantistica ha sconvolto la concezione classica, non soltanto con il caso, ma con un’imprevedibilità e un’incertezza fondamentali sul comportamento, e anche sulla natura, degli oggetti microfisici. A partire dai lavori di Hubble sull’espansione dell’universo, si è potuto mettere in evidenza l’incertezza che pesa sulle sue origini, sui suoi costituenti e sul suo divenire, attraverso la definizione dei concetti di ‘materia oscura’ e di ‘energia oscura’. Infine le teorie del caos ci insegnano che, anche quando un sistema è determinista, l’incertezza che regna sulle condizioni iniziali fa sì che non si possa predirne il comportamento. Non possiamo più eliminare l’incertezza perché non possiamo conoscere con una perfetta precisione tutte le interazioni di un sistema, soprattutto quando questo è molto complesso. L’imprevedibilità si trova anche nel cuore stesso del determinismo”.

Fare i conti con l’incertezza e l’imprevedibilità significa dover mettere in discussione non solo i fondamenti della scienza classica, ma anche il nostro modo ordinario di conoscere il mondo e l’idea stessa di razionalità. Siamo immersi in una realtà profondamente interconnessa, dove non si possono più disgiungere elementi che sono di fatto legati fra loro e dove non si può più ridurre la conoscenza di un sistema a quella delle sue costituenti di base.

Incertezza, imprevedibilità e dubbio sono legati, si richiamano a vicenda. Del resto, non va dimenticato che il metodo scientifico è stato messo a punto per produrre dubbi, e non per fabbricare certezze.

Purtroppo anche nelle scienze, le teorie hanno spesso la tendenza, nel corso del tempo, a irrigidirsi in dottrine. Dobbiamo prendere atto del carattere mutevole delle teorie scientifiche, in particolare dell’incertezza sulla nostra stessa conoscenza. Come ricorda Morin, Hegel affermava che: ‘Lo scetticismo è l’energia della mente’, perché attacca i dogmi e le credenze. La piena coscienza della trappola permanente degli errori e delle illusioni, che sempre assumono l’apparenza di verità certe, deve suscitare l’attivazione costante del dubbio. Ma, anche in questo caso, bisogna paradossalmente guardarsi dalle trappole della certezza.

“La necessità del dubbio è cresciuta nella nostra epoca dove false informazioni, dicerie, pettegolezzi non sono veicolati solo dal passaparola, ma vengono propagati con una velocità e un’ampiezza inaudite tramite Internet. Bisogna sapere anche che il dubbio incontrollato e illimitato si trasforma nella certezza paranoica che è tutto falso o menzognero. Bisogna anche saper dubitare del dubbio”.

Ovunque si accumulano i risultati di sondaggi, inchieste, valutazioni, ricerche, senza che si cerchi di riflettervi, cioè di considerarle sotto diverse prospettive.

Per Morin quello che oggi manca, da parte della comunità scientifica, è l’attitudine a produrre una visione d’insieme. E’ un’incapacità che affonda le sue radici dalla separazione, avvenuta progressivamente, negli ultimi due secoli, tra due componenti della cultura, quella scientifica e quella umanistica. Oggi la cultura umanistica ha solo un’idea molto vaga, mutuata dai media, degli apporti fondamentali delle scienze alla conoscenza del nostro universo fisico e vivente. D’altra parte, la cultura scientifica ‘conosce oggetti e ignora il soggetto che conosce’ e non produce la riflessione necessaria sul divenire incontrollato delle scienze.

“Gli scienziati mancano della cultura epistemologica necessaria per concepire un cambiamento di paradigma. Certo, ognuno nella sua disciplina cerca di negoziare con l’incertezza. Ma il problema di insieme non viene posto. Non si giunge a pensare questo problema in maniera radicale e globale. E di questo problema, peraltro, l’irruzione dell’incertezza non è che uno degli aspetti. Dobbiamo dunque cambiare il modo di concepire la conoscenza scientifica”.

A questa grande sfida che ci troviamo a dover affrontare nel ventunesimo secolo, se ne aggiunge un’altra, altrettanto grande: quella di imparare a muoverci in scenari inattesi e inesplorati.

“L’abbandono delle concezioni deterministe della storia umana che credevano di poter predire il nostro futuro, l’esame dei grandi eventi e degli incidenti dell’ultimo secolo che sono stati tutti inattesi, il carattere oramai ignoto dell’avventura umana devono incitarci a preparare le menti ad attendersi l’inatteso per affrontarlo”.

E’ questo il problema – e il compito – che per Morin spetta all’educazione.

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