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Per capire in quale modo si creano le cellule che ci permettono di percepire i colori (i cosiddetti coni), i ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora (Stati Uniti) hanno creato in laboratorio un organoide di occhio: in pratica, hanno messo in coltura cellule staminali, facendole differenziare in cellule della retina (il tessuto che trasforma le onde luminose in impulsi nervosi) e attivando poi una “crescita” simile, per molti aspetti, a quella che si verifica durante lo sviluppo fetale. I risultati dell’esperimento sono stati pubblicati sulla rivista Science.

I ricercatori si sono resi conto, nell’arco di alcuni mesi, che le cellule capaci di percepire il colore blu sono quelle che si formano per prime, seguite da quelle che “raccolgono” il rosso e il verde. In questo processo di trasformazione è apparso fondamentale il ruolo degli ormoni della tiroide (chiamati T3 e T4), che i ricercatori hanno somministrato alle cellule: queste molecole – hanno scoperto gli studiosi – funzionano da veri e propri interruttori, per lo sviluppo delle cellule retiniche. L’organoide è stato in grado di gestire (modulare) autonomamente gli ormoni forniti dai ricercatori, e ha dato il via al differenziamento delle cellule sensibili al blu, seguite dalle altre. Ma gli studiosi hanno anche provato a “forzare” l’esito, fornendo concentrazioni diverse di ormoni tiroidei e inducendo la formazione di cellule retiniche capaci di “vedere” solo il blu, o solo il verde e il rosso.

La scoperta che gli ormoni T3 e T4 sono essenziali per la creazione delle cellule fotosensibili ai colori aiuta anche a capire perché i bambini prematuri che nascono molto in anticipo rispetto ai termini previsti sono più soggetti ad alcuni disturbi della vista (le forti carenze tiroidee, dovute all’interruzione del flusso di ormoni in arrivo dalla madre, possono provocare difficoltà nello sviluppo delle cellule della retina). Gli studi dell’équipe di Baltimora potranno essere utili per mettere a punto nuove terapie: «Se riusciamo a interagire con quello che porta una cellula alla sua “forma” definitiva – ha spiegato Kiara Eldred, coautrice dello studio – siamo più vicini anche alla possibilità di ripristinare la visione dei colori nelle persone che hanno i fotorecettori della retina danneggiati».

Ma era davvero necessario utilizzare un organoide per eseguire queste ricerche? Sì, risponde Kiara Eldred, perché gli animali da laboratorio che normalmente vengono utilizzati per gli studi sull’occhio (topi e pesci) non hanno la capacità di vedere i colori come l’occhio umano.

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