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Senza immaginazione non avremmo vita: gli artisti hanno il compito di stimolare l’immaginazione delle persone”.

In questa frase, pronunciata da Theo Jansen il giorno dell’inaugurazione della mostra “Dream Beasts” al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, è racchiusa tutta la visione poetica dell’artista.

Rimasto folgorato, come racconta lui stesso, all’età di 10 anni dagli straordinari progetti avveniristici di Leonardo da Vinci, Jansen ha mantenuto intatte la fantasia e l’inventiva che aveva da ragazzo, esprimendole attraverso le sue notevoli cognizioni scientifiche (è un Fisico di formazione accademica).

Il risultato è un processo rivoluzionario che unisce arte scienza e tecnica in un inedito mix di logica evoluzionistica ed elaborazione ingegneristica, per produrre “creature vive e realmente imprevedibili”.

Le creature immaginarie e straordinarie di Jansen riescono nel miracolo di essere un capolavoro di meccanica e un esempio straordinariamente riuscito di arte povera: i suoi “Strandbeests” (animali da spiaggia) li costruisce collegando sottili tubi gialli in PVC, assemblati con nastro adesivo, elastici, e fascette.

Spiega l’artista:

“I tubi di plastica sono un materiale molto comune e diffuso in Olanda. Noi esseri umani siamo basati su un’unica sostanza: le proteine. La canna, il tubo, sono le mie proteine, la base che utilizzo per dare vita alle mie creazioni. Con questo materiale devi sforzarti di cercare e cercare ancora la soluzione giusta, perché non c’è niente di preconfezionato. E il risultato finale è sempre imprevedibile”.

La genesi delle sculture è ben spiegata in questa TED Conference del 2007, quando le realizzazioni cinetiche di Jansen erano già a buon punto (il primo progetto risale al 1990) e dovevano risolvere alcuni problemi tecnici.

Gli “animali” meccanici di Jansen non prendono l’energia dal cibo, ma dal vento. E’ il vento che fa muovere delle penne sulla loro schiena, dirigendone i piedi. E le “ali” pompano aria nelle bottiglie di plastica, che sono in cima, e sono in grado di conservarla come fossero organi interni, per poi usare quell’energia e alimentare il movimento, nel caso in cui il vento smetta di soffiare.

Ma queste creature, che non utilizzano motori, come fanno a muoversi? Per progettare e regolare il sistema delle “gambe” l’artista ha scritto un apposito programma al computer. E ha dovuto…reinventare la ruota.

“Perché questo ‘animale’ cammini, le proporzioni tra i tubi sono essenziali. Ci sono 11 numeri, che chiamo gli undici numeri aurei. Sono le distanze tra i tubi che lo fanno camminare in questa maniera. In effetti, è una reinvenzione della ruota. Funziona proprio allo stesso modo. In effetti, è meglio di una ruota: quando provate a guidare la bici in spiaggia, notate quanto sia difficile. Mentre i piedi scavalcano la sabbia, la ruota deve toccare ogni millimetro di suolo. Quindi, 5000 anni dopo l’invenzione della ruota, abbiamo un nuovo tipo di ruota”.

In fondo, il fascino irresistibile delle meraviglie cinetiche di Jansen risiede nella loro capacità di ripercorrere l’intera storia evolutiva del nostro pianeta: i suoi animali sembrano giganteschi insetti o scheletri preistorici. E le sue invenzioni, nell’era dei robot e dell’Intelligenza Artificiale, richiamano alla memoria le “macchine prodigiose” che tanto affascinavano nell’antichità i nostri antenati.

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