Rita Levi Montalcini, grande scienziata italiana e Premio Nobel per la Medicina nel 1986, aveva intitolato la sua autobiografia “Elogio dell’imperfezione”. Il filosofo della scienza ed evoluzionista Telmo Pievani va oltre, e con il suo ultimo libro “Imperfezione. Una storia naturale” arriva a scrivere addirittura una teoria dell’imperfezione.

Ma la natura, il cosmo, non sono forse considerati da sempre l’emblema stesso della perfezione? In realtà, si tratta di una falsa credenza.

Prendiamo, ad esempio, il DNA, che è la base indispensabile per lo sviluppo e il corretto funzionamento della maggior parte degli organismi viventi. Pievani lo descrive così:

“Perfetto? Per nulla. Se lo fosse, non funzionerebbe. Qui difatti entra in scena la più geniale delle imperfezioni. Di duplicazione in duplicazione, il DNA si trasmette facilmente, ma non senza errori casuali di copiatura. La duplicazione è sempre imperfetta: minime variazioni, deviazioni, ricombinazioni. Il DNA possiede questa ambivalenza cruciale: è stabile, altrimenti non ci sarebbe trasmissione dell’evoluzione genetica, e al contempo variabile, altrimenti non ci sarebbe evoluzione. L’errore nell’evoluzione è generativo, è la linfa del cambiamento”.

Viviamo in un mondo che si sviluppa, evolve e si trasforma per approssimazioni successive. Il principio di fondo è che non si crea niente dal nulla, ma si ricombina l’esistente. Questa legge universale vale anche per quella “macchina meravigliosa” che è il corpo umano:

“La presunta perfezione del corpo umano. Anch’esso, da quanto accadde nel nucleo di ogni cellula fino all’architettura dei nostri organi, è una capsula del tempo che si porta dietro le tracce e le ferite di una lunga e contrastata storia evolutiva”.

Visti da vicino, molti aspetti della natura, dell’uomo e dell’evoluzione risultano in realtà caotici, ridondanti, spesso “aggiustati” con strumenti di fortuna. Ma questa, paradossalmente, è un’ottima notizia. Di solito si tende a pensare che le imperfezioni di cui è pieno il mondo biologico siano solo un effetto collaterale, un costo da sopportare per raggiungere un obiettivo superiore. Invece hanno un valore positivo, contengono una grande creatività che è il motore stesso dell’evoluzione.

Da queste considerazioni sorprendenti emerge l’esigenza di rivedere la prospettiva eccessivamente antropocentrica su cui abbiamo costruito il nostro modo di pensare. In maniera neanche troppo velata, Pievani ci dice che, come esseri umani, dovremmo fare un bagno d’umiltà:

“La prossima volta che vi farete prendere da smanie di grandezza e di perfezione, pensate ai microbi: c’erano prima di noi, hanno trasformato chimicamente il pianeta, senza di loro non potremmo vivere, e tutto lascia pensare che continueranno a dominare la Terra anche dopo la dipartita di Homo Sapiens”.

In realtà, se si tolgono gli occhiali del pregiudizio, si scopre che abbiamo moltissime cose in comune con gli altri esseri viventi, a cui siamo strettamente interconnessi:

“Gli arti superiori di un essere umano, di una talpa, di un cavallo, di un delfino e di un pipistrello sono utilizzati oggi per funzioni del tutto diverse (afferrare, scavare, correre, nuotare, volare), ma presentano lo stesso modello di base, cioè le stesse ossa sono nelle stesse posizioni reciproche: non sono perfette per i loro compiti, ma in compenso sono il segno certo di una discendenza comune.”

Ne consegue che il nostro non sarà “il migliore dei mondi possibili” ma, di sicuro, è un mondo ingegnoso e vitale, dove possono succedere molte cose interessanti (niente è determinato a priori) e dove il patrimonio più prezioso sono proprio le imperfezioni e le differenze:

“La morale della storia è che ridurre la diversità, omologare, uniformare il mondo, allevare animali tutti cloni, coltivare latifondi a monocolture, parlare tutti la stessa lingua, pensare tutti nello stesso modo, non è mai una buona idea”.