In Ricerca scientifica

Mentre la pandemia di Covid-19 non accenna a fermarsi e, anzi, mostra segni di ripresa in diversi Paesi, inizia a essere più chiaro un aspetto fondamentale: perché alcune persone guariscono e altre soccombono?

Il merito è anche di uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Immunity da un team di esperti dell’Università di Harvard, del Massachusetts General Hospital e del Massachusetts Institute of Technology di Boston, riuniti nel Ragon Institute.

Da questa importante ricerca emergono due profili immunologici molto diversi, associati a due differenti tipi di risposta all’infezione.

Come funzionano queste risposte? Nel virus SARS-CoV-2, responsabile della malattia Covid-19, ci sono due tipi di proteine che inducono la formazione di anticorpi specifici. La ben nota S, da spike (in italiano, spina), posta sulla superficie esterna del virus, contro la quale sono diretti quasi tutti i vaccini in sperimentazione più avanzata, e la meno nota N, da nucleocapside, una proteina molto “prodotta” (espressa, in termine tecnico) dal virus, ma che suscita una risposta immunitaria meno efficace e che, per questo, è stata quasi accantonata come possibile bersaglio del vaccino.

Partendo da questa consapevolezza, i ricercatori hanno analizzato il plasma (la parte liquida del sangue) di 12 persone guarite dall’infezione e di 10 decedute. Utilizzando un complesso sistema informatico che permette di misurare 60 diversi parametri e di fornire, così, una visione d’insieme della reazione immunitaria, gli studiosi hanno dimostrato che i meccanismi difensivi di chi sconfigge il Covid-19 si orientano di più (con un fenomeno chiamato immunodominanza) verso una risposta contro la proteina S, mentre quelli di chi non ce la fa virano nel tempo verso una risposta anti N.

In particolare, gli studiosi americani hanno individuato cinque marcatori le cui concentrazioni reciproche nel plasma definiscono l’una o l’altra risposta:

  • le immunoglobuline (cioè gli anticorpi) IgM e IgA1 diretti contro la proteina S;
  • l’attivazione e il deposito del cosiddetto sistema del complemento (un insieme di proteine che partecipano attivamente alla risposta immune) verso S;
  • gli anticorpi IgM e IgA2 verso N.

Dopo i primi test, l’indagine immunologica è stata convalidata su altri 40 pazienti (anche in questo caso, per metà guariti e per metà deceduti a causa dell’infezione). Questo approfondimento ha permesso anche di individuare ulteriori fattori di rischio, legati a elementi demografici come l’età o il sesso.

La scoperta dell’esistenza di profili immunitari specifici ha almeno due importanti conseguenze: da una parte potrà permettere di identificare molto precocemente i pazienti più a rischio, e di trattarli quindi con strategie adeguate, e dall’altra potrà essere applicata alle ricerche sui vaccini, per verificare anche in questo modo quali, tra tutti quelli in studio o già in sperimentazione, possono indurre una reazione immunologica realmente protettiva.

anushka naiknawareinfosfera