In Ricerca scientifica

Una nuova strategia per curare il diabete di tipo 2 (quello più diffuso, che non ha una natura autoimmune, come invece il diabete di tipo 1) potrà passare, in futuro, attraverso l’adipsina, una proteina che viene prodotta dalle cellule adipose e svolge diverse funzioni metaboliche ma, a concentrazioni più alte della norma, sembra avere anche un effetto protettivo sul pancreas (la ghiandola coinvolta nel diabete). Ne sono convinti i ricercatori della Cornell University di New York e della Harvard Medical School di Boston, che hanno pubblicato i risultati del loro lavoro sulla rivista scientifica Nature Medicine, dopo avere condotto numerosi esperimenti. Secondo gli studiosi, in particolare, l’adipsina (a dosi più elevate del normale, come dicevamo) permette di ottenere un importante risultato, che non viene offerto, attualmente, dalle terapie classiche: quello di proteggere le cellule del pancreas dalla distruzione, tipica del diabete.

Il lavoro dei ricercatori americani è passato attraverso varie fasi. In un primo tempo, gli studiosi hanno aumentato i livelli di adipsina negli animali da laboratorio e dimostrato che questo incremento ha effetti protettivi sulle cellule beta pancreatiche (quelle che producono l’insulina) per lungo tempo, migliorando anche la glicemia e i livelli dell’insulina stessa (questo ormone svolge un ruolo fondamentale per l’utilizzazione del glucosio, cioè della principale fonte di energia, da parte delle cellule, che nei malati di diabete diventa difettosa, o addirittura assente).

I ricercatori hanno poi esteso i loro esperimenti, in laboratorio, alle cellule di pancreas umano, e sono riusciti a individuare il meccanismo protettivo dell’adipsina. Come funziona? Semplificando molto, possiamo dire che l’adipsina potenzia l’attività di una proteina chiamata C3a, che a sua volta preserva la funzione delle cellule beta. In più, la C3a sopprime un enzima chiamato Dusp26, che può danneggiare queste cellule.

Ottenute tali conferme, i ricercatori si sono rivolti al Massachusetts General Hospital di Boston per verificare i livelli di adipsina in 5.570 persone che avevano partecipato al Framingham Heart Study, un importante studio (iniziato nel 1948, e da allora mai interrotto) sulla popolazione dell’omonima città del Massachusetts. Gli studiosi hanno così visto che chi mostrava livelli più elevati della proteina nel sangue aveva poi sviluppato con minore frequenza il diabete di tipo 2: un effetto che, per i valori più alti, arriva al 50% di riduzione. Inoltre i ricercatori hanno dimostrato che le persone con i livelli più alti di adipsina hanno anche una maggiore quantità di grasso subcutaneo (subito sotto la pelle), più sensibile all’azione dell’insulina (e, per così dire, più protettivo), e una quantità minore di grasso viscerale, più pericoloso per quanto riguarda il rischio cardiovascolare e metabolico.

Tutto ciò dipinge un quadro omogeneo nel quale, ovviamente, molti elementi andranno confermati, prima di iniziare a sperimentare eventuali terapie incentrate sull’adipsina (o anche sulla soppressione dell’enzima Dusp26 con altri metodi). Tuttavia, se arriveranno le conferme, si potrebbe aprire una nuova via alla cura del diabete di tipo 2, e sarebbe la prima, come dicevamo, che riesce a preservare l’integrità delle cellule beta.