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Si avvicina la possibilità di realizzare un vaccino universale contro tutte (o quasi) le possibili forme di influenza, senza la necessità di “inseguire” ogni anno le varianti del virus. L’annuncio arriva, sulle pagine della rivista Nature Communications, dai ricercatori della Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania (una delle più importanti e antiche facoltà di medicina degli Stati Uniti), che hanno sperimentato con ottimi risultati sugli animali da laboratorio un tipo di vaccino completamente diverso da quelli attualmente in commercio (spesso poco efficaci).

I vaccini “tradizionali” vengono sintetizzati a partire dalle prime segnalazioni di comparsa del virus dell’influenza, solitamente in primavera, nell’emisfero australe. In base a stime e indicazioni provenienti da tutto il mondo, le autorità sanitarie – e in primo luogo l’Organizzazione Mondiale della Sanità – individuano i ceppi che, con maggiore probabilità, saranno responsabili dell’epidemia nella stagione fredda successiva, e danno indicazioni affinché si preparino le formulazioni specifiche del vaccino. Ma non sempre le previsioni sono corrette, e comunque i ceppi mutano di anno in anno, rendendo sempre necessaria la creazione di nuovi vaccini.

I ricercatori dell’Università della Pennsylvania, invece, hanno cambiato strategia, puntando l’attenzione su un possibile “bersaglio” finora poco utilizzato: una particolare zona, sulla superficie esterna del virus, chiamata gambo dell’emoagglutinina, che – è stato scoperto – appare praticamente uguale in tutte le varianti del virus (e dunque può suscitare una reazione immunitaria duratura e ad ampio spettro). Ma non basta. Per ottenere il massimo risultato possibile, i ricercatori americani hanno poi applicato una tecnica molto sofisticata e innovativa: in pratica, hanno inserito direttamente nel vaccino una copia del codice genetico virale (mRna), modificata in laboratorio, che il virus utilizza per produrre le molecole del gambo dell’emoagglutinina.

Ebbene, per una serie di meccanismi molto complessi, il contatto fra quei tratti del codice genetico virale e il sistema immunitario ha potenziato moltissimo, negli animali da laboratorio, la risposta dell’apparato difensivo contro il virus (perché il codice genetico virale, inglobato da cellule immunitarie chiamate cellule dendritiche, ha prodotto le molecole del gambo dell’emoagglutinina direttamente all’interno di queste cellule, rendendole molto più “sensibili”, rispetto a quanto avviene con i vaccini tradizionali).

Ora gli studi proseguiranno per arrivare ai test sulle scimmie, e poi a quelli sull’uomo, con la speranza di avere finalmente un vaccino che sia da somministrare al massimo qualche volta nell’arco di una vita (un po’ come si fa con quello contro il tetano), e che contribuisca a ridurre il numero di decessi legati all’influenza, ancora fisso su alcune centinaia di migliaia ogni anno nel mondo.

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