Paolo Rossi Castelli 11 marzo 2021 6 min

Donne svantaggiate nei laboratori di ricerca USA

Uno studio sull’attività dei prestigiosi National Institutes of Health statunitensi conferma che tuttora la presenza delle ricercatrici, nei ruoli chiave, è inferiore a quella dei colleghi maschi.

 

Il gender gap, cioè la differenza di rappresentanza tra maschi e femmine, colpisce anche una delle istituzioni scientifiche più prestigiose del mondo: i National Institutes of Health (NIH) statunitensi.

A certificare con i numeri una realtà che è condivisa da molti altri ambiti lavorativi, non certo solo negli USA, è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica online JAMA Network Open dai ricercatori del Dipartimento di medicina dell’Università di Chicago.

Per capire come fosse effettivamente la situazione, gli autori hanno preso in considerazione 367 sessioni di lavoro che si sono svolte in 25 centri di ricerca tra maggio e luglio 2019, per decidere a quali proposte di studio concedere i finanziamenti (i NIH, lo ricordiamo, sono la principale fonte di sostegno federale per la ricerca biomedica negli Stati Uniti).

Le sessioni hanno coinvolto, in totale, oltre 8.800 tra ricercatori, revisori, membri dei comitati etici, team leader e così via. Gli “investigatori” dell’Università di Chicago hanno identificato il genere (uomo o donna) di queste persone, tramite ricerche su Internet basate sul nome, sui pronomi collegati al nome e anche sulle fotografie. Se non confermato, il sesso è stato assegnato utilizzando il sito genderize.io, che cerca informazioni sui nomi propri in una serie di banche dati e assegna una “probabilità” di genere, in base a un modello matematico.

Donne nella ricerca: meno del 40%

Da questa ricerca è emerso che il 38,9% degli 8.800 ricercatori/revisori erano donne, il 61,1% uomini, e solo in 4 centri le donne erano in maggioranza. Inoltre, solo 9 istituti erano diretti da una donna, mentre il 49% aveva un revisore donna (e questa è una buona notizia). In tutte le sessioni, però, le donne avevano di norma una qualifica accademica o un titolo di studio più bassi, ed erano più spesso precarie rispetto ai colleghi maschi.

Le sessioni di lavoro coordinate da una donna, infine, avevano più spesso un revisore uomo, e i centri che avevano più fondi erano anche quelli che meno frequentemente avevano una donna a capo dei gruppi destinatari dei finanziamenti.

Insomma, anche se la situazione tutto sommato appare meno sbilanciata ai National Institutes of Health, rispetto a quella degli istituti di altri Paesi, le differenze restano, qualunque sia il modo in cui le si misuri: sia dal punto di vista della carriera, che da quello delle responsabilità, così come da quello della gestione dei fondi e del coordinamento dei progetti di ricerca. E ciò significa che le donne contano di meno, e sono meno libere di indirizzare i propri studi nella direzione che ritengono più opportuna.

Lontani dalla parità

Questa indagine – hanno fatto notare gli autori – presenta, però, alcuni limiti. Su tutti, la suddivisione solo in due sessi (dall’analisi dei nomi sono emersi più di 20 individui per i quali non è stato possibile determinarne uno con certezza). Allo stesso modo, lo studio non distingue fra gruppi etnici di appartenenza. Inoltre riguarda solo le sessioni tenute in un breve intervallo di tempo, e non dice quindi nulla sulla tendenza. Ma, nonostante questo, non c’è dubbio che fornisca un indizio esplicito, e che giustifichi la conduzione di ulteriori analisi, più approfondite, dettagliate e prolungate nel tempo, in situazioni analoghe.

Inoltre i risultati portano a una conclusione naturale: bisogna fare di più per raggiungere la parità, anche attraverso programmi specifici, basati su norme che premino l’inclusione femminile.

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Paolo Rossi Castelli

Giornalista dal 1983, Paolo si occupa da anni di divulgazione scientifica, soprattutto nel campo della medicina e della biologia. È l'ideatore dello Sportello Cancro, il sito creato da corriere.it sull'oncologia in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi. Ha collaborato per diversi anni con le pagine della Scienza del Corriere della Sera. È fondatore e direttore di PRC-Comunicare la scienza.