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Lo “spillover”, cioè il passaggio di un virus da una specie all’altra (in particolare, da una specie animale all’uomo), è uno dei fenomeni più temuti dalle autorità sanitarie, e anche uno dei meno conosciuti. Da tempo i ricercatori cercano di capire esattamente come si determini questo “salto” di patogeni (è probabilmente il caso del virus Hiv, o di alcuni ceppi di virus influenzali, passati rispettivamente dalle scimmie e dagli uccelli agli uomini): lo scopo, naturalmente, è quello di prevenire pandemie che potrebbero rivelarsi molto pericolose. Ora un passo avanti è stato compiuto da un gruppo di virologi del Center for the Ecology of Infectious Diseases dell’Università della Georgia (Stati Uniti), che hanno elaborato un modello molto avanzato per individuare in anticipo questi possibili “trasferimenti”.

Come spiegano sulla rivista scientifica PLOS One, i ricercatori americani hanno compilato, innanzitutto, un’amplissima lista di virus patogeni per l’uomo, includendo anche tutte le caratteristiche biologiche note, al fine di individuare quelle associate con maggiore probabilità allo spillover. Quindi hanno dimostrato che tra i “fattori di rischio” (i fattori, cioè, in grado di facilitare il passaggio animali-uomini) vanno considerati, fra gli altri, elementi come la mancanza di un involucro lipidico esterno al virus (cioè di un involucro composto da molecole grasse), o la collocazione del virus nel fegato, nel sistema nervoso o nel tratto respiratorio, come sede “preferita”.

Un altro elemento a rischio, per gli uomini, è la capacità, da parte del virus, di infettare anche i primati non umani, come scimmie e gorilla. Sulla base di queste caratteristiche, è stato poi sviluppato un modello matematico che – secondo i ricercatori – permette di prevedere la capacità di “salto” di specie con una precisione superiore all’84%. Ma non basta: questo modello consente anche di individuare quali – fra i virus potenzialmente in grado di passare dagli animali agli uomini – potranno anche essere poi trasmessi da persona a persona, diventando, quindi, fonti di malattie umane.

Gli studiosi americani hanno, infine, applicato questo modello a una serie di virus animali mai isolati nell’uomo, trovandone ben 47 ad alta possibilità di trasmissione. Secondo i ricercatori, i più pericolosi sono l’amdoparvovirus 1 (presente in alcuni tipi di volpi), l’hendra virus (cavalli), il cardiovirus A (maiali), il rosavirus A (roditori), i virus HTLV-3 e HTLV-4 (scimmie), e il virus simian foamy (scimmie).

Resta molto lavoro da fare, ma le informazioni raccolte potrebbero già avere immediate ricadute pratiche, per esempio nella programmazione della sorveglianza dei focolai apparentemente innocui, e in quella delle strategie di contrasto, come la ricerca di nuovi vaccini.

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