In Ricerca scientifica

L’ansia ha una base anche genetica: in particolare, viene favorita dalle varianti di almeno 6 geni (cioè di 6 tratti del DNA in grado di codificare proteine), che in parte sono coinvolti anche nell’insorgenza di altri disturbi dell’umore quali la depressione, o di patologie psichiatriche anche gravi come la schizofrenia o il disturbo bipolare. Questo spiega, secondo i ricercatori dell’Università di Yale (Stati Uniti) , autori della scoperta, perché spesso l’ansia sia associata anche a tali malattie.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sull’American Journal of Psychiatry. Per identificare i tratti del codice genetico che predispongono all’ansia, i ricercatori hanno analizzato il DNA di oltre 200.000 ex-militari, raccolto nell’ambito del “Million Veteran Program” (un grande progetto statunitense, avviato nel 2011 per studiare nel dettaglio come le varianti del codice genetico e gli stili di vita influenzano la salute dei veterani). Nella loro “caccia” ai geni dell’ansia gli psichiatri di Yale hanno lavorato insieme ai medici dello United States Department of Veterans Affairs, il dicastero che si occupa dei militari usciti dal servizio attivo.

Ebbene, il risultato di questo studio – uno dei più ampi mai condotti sul tema – è stato che esistono, appunto, sei varianti genetiche associate a una maggiore incidenza dell’ansia, cinque delle quali tipiche dei caucasici (cioè delle persone di carnagione bianca) e una degli afroamericani. I 6 geni sono associati alla regolazione di altri geni o, in un caso, al metabolismo degli estrogeni, e questo dato spiegherebbe la maggiore incidenza dell’ansia tra le donne (ma nuove conferme saranno necessarie, visto che la stragrande maggioranza del DNA esaminato apparteneva a veterani di sesso maschile).

Conoscere nel dettaglio i geni in grado di predisporre a una condizione, come l’ansia, che colpisce circa una persona su dieci e che spesso causa indirettamente abuso di farmaci non privi di effetti collaterali (a partire dalle benzodiazepine), potrà servire, in futuro, sia a mettere a punto strategie preventive sia, sperabilmente, a individuare terapie più specifiche ed efficaci rispetto a quelle attuali.