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Un esame del fondo dell’occhio, insieme a un’angiografia dei vasi della retina, potrebbe aiutare a diagnosticare la demenza di Alzheimer molto prima che si manifestino i sintomi. A suggerirlo è uno studio pubblicato dai ricercatori dell’Università di Washington, sede di St. Louis (Stati Uniti), sulla rivista JAMA Ophtalmology. Gli studiosi hanno dimostrato che questi test, facili da effettuare e poco invasivi, forniscono risultati del tutto sovrapponibili a quelli forniti dalla PET (Tomografia a emissione di positroni) o dal prelievo del liquido cerebro-spinale (con la puntura lombare), che si eseguono per verificare la presenza di segni della malattia: in particolare, per individuare le placche di beta amiloide (una proteina alterata) nel cervello o l’accumulo di proteina tau, tipici dell’Alzheimer.

«I pazienti con livelli elevati di queste proteine (beta amiloide o tau) mostrano un assottigliamento significativo nel centro della retina – spiega Rajendra S. Apte, professore di oftalomologia e scienze visive all’Università di Washington. – Tutti noi abbiamo una piccola area priva di vasi sanguigni in quel punto, che ci permette di ottenere la visione più precisa. Ma nelle persone con una malattia di Alzheimer preclinica (cioè ancora priva di sintomi, ndr) quella zona appare significativamente allargata». Come mai questo avviene? «La retina e il sistema nervoso centrale sono così interconnessi – risponde Apte – che cambiamenti nel cervello possono riflettersi anche nelle cellule dell’occhio».

I ricercatori americani sono arrivati a queste conclusioni dopo avere esaminato 30 settantenni sani, almeno all’apparenza, che avevano aderito a due progetti nazionali di studio sull’invecchiamento. La PET (grazie a particolari sostanze “traccianti”), o il prelievo del liquido cerebro-spinale, hanno rilevato in 17 di loro un aumento di rischio di demenza, per gli alti livelli di proteina amiloide e tau. Sottoposti all’esame del fondo dell’occhio, e all’angiografia, queste persone hanno mostrato i “segni” di cui parlavamo. Gli altri settantenni, invece, avevano tutti i tipi di test (PET, prelievo del liquido cerebrospinale e occhio) entro i parametri di normalità.

È evidente che il campione è molto piccolo – hanno commentato i ricercatori – ma la corrispondenza trovata è stata talmente buona da giustificare la conduzione di studi più ampi, nel tentativo di trovare esami poco costosi e poco invasivi che possano aiutare a identificare per tempo chi è a rischio di sviluppare una demenza. La formazione e l’accumulo delle proteine alterate, lo ricordiamo, può cominciare anche vent’anni prima, rispetto a quando l’Alzheimer poi si manifesta, con perdita della memoria e declino cognitivo. Dunque sarebbe importante trovare un modo efficace e semplice per la diagnosi precoce. La malattia è tuttora difficilmente trattabile, ma molti aspetti prima sconosciuti sono stati chiariti, negli ultimi decenni, e la ricerca di terapie efficaci procede a ritmo intenso.

immagine proteinaFoto disegno