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Una speranza in più per curare la distrofia di Duchenne (la più studiata fra le distrofie muscolari dell’infanzia) arriva dai fisiologi della Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania (Stati Uniti). Come riferisce la rivista Scientific Reports (gruppo Nature), gli studiosi hanno tentato una via nuova, per aggirare gli ostacoli (biologici) che ancora rendono così difficile la ricerca di terapie efficaci contro questa patologia, responsabile della progressiva distruzione delle cellule muscolari.

Di cosa si tratta? Prima di entrare nei dettagli, dobbiamo raccontare rapidamente come si sviluppa la distrofia di Duchenne. Responsabile di questa malattia è un gene alterato (il più voluminoso, come dimensioni, fra quelli conosciuti del nostro DNA), che “cancella” la produzione della distrofina, una proteina fondamentale per il funzionamento dei muscoli. L’assenza della distrofina porta a una vera e propria esplosione delle cellule muscolari, con la fuoriuscita del contenuto cellulare, che viene attaccato come se fosse un “nemico” dal sistema immunitario, peggiorando ulteriormente la situazione. Finora tutti i tentativi per riparare, o sostituire, il gene alterato non hanno funzionato, per le notevoli dimensioni di quel tratto del codice genetico e anche perché la distrofina prodotta grazie alla terapia genica, essendo sconosciuta al sistema immunitario, innesca poi una potente reazione autoimmune. Anche le terapie farmacologiche attualmente a disposizione non riescono ad arginare i danni in modo efficace, e i bambini con la distrofia di Duchenne presentano ben presto un ritardo nello sviluppo motorio, che tende ad aggravarsi con il passare degli anni, fino a conseguenze anche molto pesanti.

I fisiologi dell’Università della Pennsylvania hanno cercato di aggirare l’ostacolo, puntando tutto su un’altra proteina, l’utrofina, presente di norma in piccole quantità nell’organismo, che ha caratteristiche genetiche e funzioni simili alla distrofina, e non induce reazioni immunitarie (perché il sistema difensivo dell’organismo già la conosce). Altri ricercatori, in passato, avevano provato a far aumentare la concentrazione di utrofina nel sangue, attivando con appositi farmaci il gene che governa la sua produzione, ma per varie e complesse ragioni quei tentativi non si erano rivelati efficaci. I fisiologi dell’Università della Pennsylvania hanno allora scelto una strada, per certi aspetti, opposta: quella di “silenziare” il gene dell’utrofina, attraverso una serie di molecole selezionate con appositi algoritmi. Ebbene, anche se può sembrare un paradosso, il freno a quel gene ha portato – tramite una complicata serie di reazioni e controreazioni, definita di “upregulation”- a un aumento della produzione di utrofina, capace di supplire, almeno in parte, alla mancanza di distrofina.

I test sono stati condotti, finora, in laboratorio e sugli animali. Nuovi studi sono necessari, ma i ricercatori mostrano una cauta fiducia.

Rendere gli organi umani "trasparenti" per comprendere fin nei più piccoli dettagli la loro architettura e trovare terapie più efficaci.Edwige Pezzulli - Così si sono formati i primi buchi neri